Pasqua e le vacanze degli italiani

Tutti in vacanza! Mai come quest’anno la primavera 2017 porta con sé un regalo d’eccezione. Basta guardare il calendario per rendersene conto. Pasqua e Pasquetta, 25 aprile e Primo Maggio: con pochi, pochissimi giorni di ferie, ci si può concedere un periodo di relax di tutto rispetto. Ma bastano anche i soli giorni di festa «comandata» per tirare il fiato. E, a ben vedere, tutti o quasi ne approfitteremo.

 

 

Parola di Doxa che alla vigilia dei ponti di primavera passa al setaccio i desiderata degli italiani e scopre che… ben il 94% delle persone in età compresa tra i 18 e i 74 anni farà almeno una escursione di un giorno fuori dal proprio comune di residenza. Con l’obiettivo di andare a pranzo o a cena dai parenti fuori città (58%), fare una gita fuori porta (49%) o, ancora, organizzare una grigliata all’aperto (37%), vedere una città (37%), visitare mostre e/o musei (27%), recarsi alle terme o SPA (14%), e/o, infine, assistere a un concerto o a un evento sportivo (7%). Il dato è ancora più elevato fra i giovani di 18-24 anni sfiorando la quasi totalità: 98%. Ma, quel che più conta, il numero di vacanzieri seppure occasionali si mantiene elevato in tutte le fasce d’età e scende sotto il 90% solo per i 65-74enni (87%).

 

 

BOOM DI GITE FUORI PORTA – Nel totale dei tre periodi considerati dalla ricerca Doxa gli italiani faranno in media 2,4 uscite a testa, con differenze significative solo fra i più giovani e i più maturi con, rispettivamente, 2,9 scampagnate o simili per i 18-24enni e 1,9 gite fuori porta fra i 65-74enni. Per quel che concerne i passatempi invece sono pressoché gli stessi in tutta la Penisola. Uniche eccezioni: gli intervistati del Centro Italia si distinguono per un interesse maggiore per mostre, musei e città d’arte, mentre i residenti al Sud Italia sono più propensi per la gita fuori porta, al mare o in montagna.  «Aldilà dei viaggi e delle vacanze, già oggetto di vari studi e ricerche Doxa, abbiamo voluto indagare il tema della “gita fuori porta” ed è emerso che il periodo di Pasqua e i ponti di primavera, complice anche il calendario favorevole, appaiono quest’anno più che mai momenti ideali per gite ed escursioni» sottolinea Paolo Colombo, Research Manager di Doxa. «Ne faranno almeno una addirittura oltre 9 italiani su 10». Che sia di buon auspicio anche per tutto il resto dell’anno?

 

Nota metodologica: 1.011 interviste online a campione nazionale rappresentativo di età compresa tra i 18 e i 74 anni, condotte fra il 7 e il 9 aprile. Risposte multiple. 

19 milioni di italiani si affidano alla sandwich generation

In Italia sono 13,4 milioni gli over 65 (si stima sfioreranno i 22 milioni nel 2050) e 5,2 milioni i ragazzi in età compresa tra i 7 e i 15 anni. Nel complesso quasi 19 milioni di persone che si affidano alla cosiddetta sandwich generation, quella fetta di popolazione che nel pieno dell’attività lavorativa deve occuparsi anche dei propri figli e di genitori o parenti che sempre più richiedono supporto nella vita di tutti i giorni. Secondo una recente indagine multiscopo dell’ISTAT si tratta di oltre 15 milioni di individui, principalmente donne, in età compresa tra 45 e 55 anni.

Per rispondere alle loro esigenze, Easy Life ha realizzato famil.care, un’innovativa piattaforma digitale che permette al care giver (letteralmente la persona che dona cura e affetto) di proteggere i propri cari anche a distanza, accompagnandoli nella quotidianità e assistendoli nell’emergenza.

Al fine di affinare i servizi sviluppati per famil.care, Easy Life ha commissionato una ricerca a Doxa per approfondire i bisogni e i timori della sandwich generation e per comprendere la relazione con la tecnologia, smartphone in primis, quale possibile facilitatore di un processo di comunicazione e informazione.

La ricerca, realizzata con metodologia CAWI, si è concentrata su un campione composto per metà da chi ha almeno un junior (7-15 anni) e per l’altra metà da chi ha almeno un senior, ed è stata replicata in Francia, Inghilterra e Germania per identificare le peculiarità di ogni cultura e i tratti comuni di approccio.

Per i genitori italiani lo smartphone in mano ai figli rappresenta un elemento di rassicurazione più che una fonte di preoccupazione, una tendenza comune anche agli altri paesi analizzati. “Nel confronto internazionale“, ha aggiunto Cristina Liverani, research manager di Doxa, “l’Italia è però il Paese in cui i timori sono più elevati, principalmente per quello che si può trovare online o perché diventi una distrazione dallo studio. Ne consegue una maggiore presenza di limitazioni messe in campo da 1 genitore su 2 in Italia, cui si contrappongono i tedeschi che mostrano comportamenti restrittivi in 1 famiglia su 3“.

Per quanto riguarda i senior, è la mamma (51% dei casi) la persona di cui ci si prende più cura, seguita dal padre (27%) e dai suoceri. Un contatto costante, di persona (35% tutti i giorni) o al telefono (69% tutti i giorni), per una persona che in 3 casi su 4 vive a meno di 10 minuti di distanza. Soprattutto italiana è la prassi del contatto giornaliero (il 69% rispetto a circa il 40% di media degli altri paesi).

 

Food Insider, una nuova iniziativa firmata Doxa e Food

Un punto di osservazione unico sul mondo della Gdo, che parte da un’analisi dettagliata e in tempo reale di quanto avviene nelle reti di vendita per costruire un quadro d’insieme a livello nazionale e non solo. Retail Monitor è l’iniziativa nata dalla partnership tra Doxa, prima società indipendente di ricerca e analisi di mercato in Italia, e il magazine FoodUn appuntamento fisso anche per i lettori di Foodweb.it che prende il via con una ricerca effettuata in Italia e in altri nove Paesi europei su un aspetto fondamentale nel vissuto del consumatore, capace di incidere in maniera sostanziale sull’immagine dell’insegna: il livello di pulizia percepito nel punto vendita. Le rilevazioni – effettuate in oltre 1.000 super e iper europei di più di 30 insegne – si sono focalizzate sugli spazi più ‘a rischio’ sotto il profilo della pulizia, cioè l’ingresso del negozio, il reparto frutta e verdura e quello del dairy fresco confezionato. Dai dati raccolti ed elaborati in esclusiva per Food dai ricercatori Doxa, emerge unquadro molto positivo della Gdo italiana, con qualche sorpresa rispetto alla freschezza percepita dell’offerta proposta a scaffale.

Le regole del gioco

Prima di entrare nel dettaglio della ricerca è però utile chiarire la metodologia adottata da Doxa, applicabile a un ventaglio molto ampio di situazioni in cui è necessario monitorare – in tempi brevissimi – cosa accade nei punti vendita. “Le rilevazioni crowdsourcing sono uno strumento moderno, affidabile e a prezzi ragionevoli – sintetizza Paola Caniglia, Retail & Crowdsourcing Director di Doxa – adatto sia ai distributori che ai produttori. Doxa ha creato una community di oltre 10mila persone, ampiamente rappresentativa della popolazione italiana a livello anagrafico, di reddito e grado di istruzione. L’unico requisito per farne parte è possedere uno smartphone, sul quale scaricare l’app Roamler, sviluppata in Olanda e utilizzata in esclusiva da Doxa in Italia. Grazie alla georeferenziazione, il crowd, cioè il membro della community, riceve una notifica quando è nei pressi di un punto vendita nel quale va fatta una rilevazione. Una volta accettato l’incarico, si ha mezz’ora di tempo per portarlo a termine, altrimenti quel punto vendita torna ad essere proposto ad altri appartenenti alla community. La rilevazione va fatta scattando con lo smartphone delle immagini, che comprovano quanto affermato dal crowd, perché riportano data, ora e luogo in cui sono state realizzate. Lo strumento è molto flessibile e consente di proporre anche questionari o richiedere al crowd di esprimere un proprio giudizio. Le foto sono ovviamente a disposizione del committente, che può quindi avere una rassegna completa e documentata”.

Pagati per informare

A garantire la qualità dei risultati sono da un lato l’attività di formazione fatta da Doxa sulla community e dall’altra il processo di validazione di ogni passaggio della ricerca. “Quando dico che questo è uno strumento moderno, non mi riferisco solo alla sua componente tecnologica – chiarisce Caniglia – ma anche al fatto di essere pienamente in linea con i trend della contemporaneità. La condivisione di pensieri ed emozioni unisce le persone e ne fa appunto una comunità, mentre la componente di gioco ci dà modo di formarle attraverso dieci test, per esempio su cosa è una Sku e come scattare la foto, che vanno effettuati da ciascun membro prima di poter accedere ai compiti per i quali è previsto un compenso in denaro. La cifra è rapportata alla tipologia di rilevazione e anche alla necessità del committente di selezionare un particolare profilo di crowd. La remunerazione incentiva la partecipazione, ma la vera molla del crowdsourcing è il desiderio di essere coinvolti, informati, così come piace molto il fatto di avere l’opportunità di osservare le cose con uno sguardo diverso, cogliendo dettagli nuovi. L’affidabilità è garantita da procedure di controllo affidate a persone e non a un computer: appena il crowd completa l’incarico, il suo lavoro è esaminato da un nostro team che può anche rifiutarlo, se lo giudica errato o incompleto”.

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Second Hand Economy: cresce di €1 miliardo nel 2016

Secondo l’Osservatorio 2016 Second Hand Economy condotto da Doxa per Subito, la compravendita dell’usato cresce di €1 miliardo nel 2016 e ora vale l’1,1% del PIL.

Il 15% degli italiani acquistano o vendono online: 7,1 miliardi di euro (+300 milioni rispetto al 2015). Dalla compravendita si guadagna mediamente €900.

Il mercato dell’usato si conferma un settore in continua crescita in Italia e sta seguendo un’evoluzione importante in linea con le nuove opportunità offerte dal digitale che sta trasformando il rapporto tra economia e società. In questo scenario i consumatori stanno accrescendo la consapevolezza delle loro scelte sostenendo il ruolo del second hand come driver della circular economy. Oggi la Second Hand Economy genera un impatto di 19 miliardi di euro (+1 miliardo rispetto al 2015) pari all’1,1% del PIL del Paese.

Secondo l’Osservatorio 2016 Second Hand Economy condotto da Doxa per Subito, azienda n. 1 per vendere e comprare con oltre 8 milioni di utenti unici mensili**, questo mercato si conferma un settore in costante trasformazione che vede emergere una crescente propensione degli italiani nei confronti di questa nuova forma di economia: il 33% di chi non ha mai acquistato/venduto second hand è propenso a farlo, in crescita del 5% rispetto al 2015. Tra chi lo fa già, il 53% degli acquirenti dichiara di aver comprato almeno una volta ogni 6 mesi (+10% rispetto al 2015), così come il 48% dei venditori. In calo la fascia di popolazione che non ha mai acquistato usato perché preferisce comprare oggetti nuovi (45% VS 53% del 2015) e che non ha mai venduto perché si dichiara particolarmente legata ai propri beni (5% VS 10% del 2015).

Secondo un’analisi più qualitativa, l’Osservatorio 2016 Second Hand Economy evidenzia come stia progressivamente evolvendosi anche l’approccio dei consumatori che nel 38% dei casi (+4% rispetto al 2015) si identificano oggi nel profilo Leggerezza del superfluo (disposto ad avere di più con allegria, senza troppe spese o rinunciare alle piccole cose), seguito nel 16% dei casi da Economia 2.0 (+1% – millennials abituati a comprare e vendere online sia nuovo sia usato) e nel 10% da Smart Chic (+2% – amanti degli oggetti ricercati/vintage). Si mantiene costante il profilo degli Ideologici (11% dei casi), ovvero coloro che hanno un approccio etico, mentre è in flessione il profilo di chi compra per permettersi ciò che serve alla famiglia, il Concreto (7% VS 10% del 2015).

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Siamo (quasi) tutti europei

In occasione del 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, Doxa accende i riflettori sull’atteggiamento degli italiani nei confronti dell’Unione europea e scopre che… il 76% è favorevole a Bruxelles!

Euroscetticismo, addio! Alla vigilia del 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, siglati il 25 marzo 1957, e che di fatto diedero il via a quella che oggi è l’Unione europea, Doxa, ideatrice delle ricerche di mercato in Italia, ha passato al setaccio l’atteggiamento degli italiani nei confronti di Bruxelles e ha scoperto che oltre 3 connazionali su 4 sono favorevoli alle istituzioni UE (il 76% del totale intervistati). Con un picco dell’87% tra i 18-34enni. Non solo. Il dato è persino migliore di quello rilevato sempre da Doxa nel 1950 e dunque ben prima della firma dei Trattati. A quei tempi si parlava di “Stati Uniti d’Europa”, l’unificazione del Vecchio continente era vista come un antidoto a ulteriori conflitti bellici e una opportunità concreta di crescita economica. E il 71% degli italiani vi si dichiarava favorevole. Mentre solo l’8% era decisamente contrario.

 

I LAUREATI SONO PIU’ OTTIMISTI – Nonostante il sì incondizionato (o quasi) all’Unione europea, il 40,2% degli italiani ritiene che tale vincolo comporti “vantaggi e svantaggi in egual misura”. Il 34,8% vede più vantaggi nell’appartenenza all’Ue e il 20,4% più svantaggi. È curioso notare che più cresce il tasso d’istruzione più cresce la percentuale degli ottimisti. Che tra i laureati si attesta al 49,6%, mentre tra i titolari di un titolo di studio inferiore al diploma scende al 31,7%. La stessa identica domanda era stata rivolta dai ricercatori Doxa nel 1962, nella prima indagine mai effettuata sul tema dopo la firma dei Trattati di Roma. E in quel caso gli ottimisti vincevano a man bassa indipendentemente dal titolo di studio: il 55% degli italiani vedevano nell’Europa unita più vantaggi, il 9% dichiarava “sia vantaggi che svantaggi” e appena il 4% più svantaggi.

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I dipendenti credono nel welfare aziendale

Il 62% dei dipendenti esprime un giudizio positivo sul welfare aziendale e il 70% chiede maggiori servizi alla persona.

Anche i dipendenti credono nel welfare aziendale. E’ questo il dato più evidente che emerge dalla ricerca Doxa-Edenred 2016 sullo stato del welfare aziendale in Italia. Il 62% dei dipendenti, infatti, esprime un giudizio positivo sull’implementazione di programmi di welfare nella propria azienda. Rispetto alla fascia di età, la percentuale più alta di fiducia la esprimono i dipendenti compresi tra i 50-65 anni con il 64%.
Distanziati di un solo punto percentuale, tuttavia, le fasce d’età più giovani: 18-19 anni e 30-39 anni, con il
63%. La fascia d’età meno entusiasta è invece rappresentata dai 40-49enni con il “solo” 60% di indicazione positiva.

Passando da una valutazione generale sul valore del welfare aziendale ad un’analisi dei piani di welfare realizzati nell’azienda di appartenenza, la percentuale di valutazione positiva da parte dei dipendenti si attesta al 54%. Segno che la discriminante rispetto a una valutazione più o meno positiva da parte dei dipendenti è l’effettiva “qualità” e utilità del paniere di servizi messi a disposizione.

Puntando lo sguardo al futuro, il 55% dei dipendenti è convinto che i piani di welfare all’interno della propria azienda si svilupperanno (mentre il 37% pensa che resteranno invariati e solo l’8% che si ridurranno). Tale percentuale nel 2013 era al 49%. Rispetto alle difficoltà che potrebbero ritardare o accrescere l’affermazione del welfare aziendale, i dipendenti indicano resistenze di tipo sindacale solo nell’11% dei casi. Le difficoltà maggiori ipotizzate sarebbero più di natura economica (58%), come la crisi del mercato, difficoltà di bilancio e necessità di ridurre i costi.

I risultati della ricerca Doxa-Edenred 2016 confermano una progressiva convergenza tra aziende e dipendenti sulla valenza e utilità dei piani di welfare aziendale.
Tale tendenza, inoltre, acquisisce maggior valore grazie al rinnovato quadro normativo che spinge, grazie ad una serie di agevolazioni specifiche, verso un modello di welfare contrattato tra la parti. Le vecchie diffidenze e resistenze sul valore del welfare aziendale si stanno progressivamente ridimensionando, grazie alla comprensione dell’effettiva convenienza dei flexible benefit.

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8 papà su 10 vorrebbero il congedo di paternità

La conciliazione non può essere solo una questione femminile. Da questa convinzione di Piano C nasce “Diamo voce ai papà”, la campagna nazionale che per 5 mesi ha indagato l’identità, la gestione vita-lavoro, i modelli, i desideri dei papà italiani. Una campagna che è stata pensata e condotta con un approccio “emergente”: non è stata pianificata una strategia né definito un processo metodologico a priori, ma si è lavorato in costante ascolto dei papà, sviluppando strumenti e metodologie in base alle interazioni.

Avviando una riflessione seria sul tema della partecipazione del padre alla cura, affidando a Doxa un’indagine  che ha esplorato la conciliazione vista dai padri a partire in particolare dagli strumenti del congedo parentale e congedo di paternità.
Le voci raccolte sono state tante: più di 70.000 le persone raggiunte dalla campagna fotografica, oltre 50.000 le interazioni sui social, più di 1.500 le risposte al sondaggio da tutta Italia, 215 papà intervistati da Doxa, 100 volti a comporre l’album di famiglia dei padri italiani di oggi.

Silenzio: parlano i papà.

Cosa ci racconta l’indagine di Doxa? Il congedo di paternità obbligatorio riscuote un enorme consenso: il 70% dei papà, anche come futuri papà di altri figli, trovano molto apprezzabile che esista questa possibilità, e addirittura 8 papà su dieci sceglierebbero la possibilità di un congedo di paternità obbligatorio di almeno 15 giorni.

A fronte di questa voglia di tempo e presenza, si riscontra anche un altro elemento: i padri non sono care-giver primari. Anche quando dichiarano di aver usufruito del congedo parentale (2 papà su 10), lo hanno fatto per condividere la gestione dei figli con la moglie o compagna. Forse anche perché, per 7 intervistati su 10, le esigenze dei papà sul luogo di lavoro non sono tenute in Italia abbastanza in considerazione.

Cosa emerge invece dagli oltre 1.500 papà che hanno risposto al sondaggio di Piano C? Diventare papà apre la mente: se solo 3 papà su 10 si sentono molto più ansiosi e preoccupati per via della paternità, per la maggioranza dei papà la paternità rappresenta un’esperienza molto positiva in termini di felicità, crescita personale e apertura mentale verso il futuro. Non solo: pazienza e gestione del tempo le principali competenze che gli uomini dicono di acquisire diventando papà, seguite – secondo 6 papà su 10 – da più ampia visione del futuro, capacità di problem solving, di presa di decisione e di comunicazione.

Eppure, ancora una volta, ben 6 papà su 10 ritengono che la paternità non abbia comportato un ridimensionamento delle proprie carriere e ambizioni professionali. Anzi i papà, sebbene diventino più attenti agli orari lavorativi, non sentono di dover rinunciare alle ambizioni di prima; sono semmai più preoccupati di mantenere una stabilità lavorativa, perché sentono – in primis – il peso di maggiori responsabilità familiari anche in senso finanziario e di dover trovare una nuova organizzazione delle attività quotidiane ‘a tutto tondo’, vale a dire non solo in termini di equilibrio vita-lavoro ma anche in termini di equilibrio di coppia e tempo per sé (tutti aspetti ugualmente citati).

 

Comprare e’ un gioco da bambini

In occasione dei Kids Marketing Days, Doxa, ideatrice delle ricerche di mercato in Italia, accende i riflettori sul business che ruota intorno a bimbi e ragazzi e scopre che… non conosce crisi!

Tre miliardi di euro. A tanto ammonta la spesa degli italiani per i bambini in età 3-13 anni. E, quel che più conta, cresce del 7% o quasi rispetto al 2015, ossia sette volte rispetto al Pil (+0,9%) e cinque e più volte rispetto al totale dei consumi delle famiglie (+1,2%). A rivelarlo è Doxa che per la prima volta mette a sistema i numeri di sette maxi comparti: cinema, libri, TV, giocattolo, cartoleria, parchi e acquari ed edicola. Calcolando il solo impatto dei consumi kids. E lo fa in occasione della terza edizione dei Kids Marketing Days, ossia l’unico evento italiano dedicato alle strategie di family marketing e all’incontro tra manager e professionisti del settore, in programma l’8 e il 9 marzo nel quartier generale Doxa di Milano. «In Italia si fanno meno bambini ma si curano di più» commenta Marina Salamon, presidente di Doxa. E specifica: «I dati particolarmente positivi di settori come cinema, libri e parchi dimostrano che c’è una attenzione maggiore verso la cultura».

Fonte: Elaborazione Doxa su dati Assogiocattoli, AIE, Anesv, Nielsen, NPD e Boxofficemojo.com

BOX OFFICE – Il risultato più eclatante riguarda il cinema che in un solo anno ha messo a segno un balzo del 34,7% per un totale di 287 milioni di incassi al box office. Per un duplice motivo: più titoli in cartellone (30 contro 27) e fenomeni quali “Quo Vado” di Checco Zalone, che da solo ha totalizzato 65 milioni di euro contro i 25 milioni messi a segno da “Star Wars – episodio VII”, vincitore incontrastato della classifica 2015. «Anche se dovessimo depurarlo dall’impatto di Checco Zalone, il cinema per bambini e ragazzi continua a crescere» interviene Fabrizio Savorani, Senior Advisor di Doxa Kids, la divisione di Doxa dedicata proprio ai più piccoli. «Con ben 8 titoli sui 10 più visti l’anno scorso dedicati proprio a bambini, ragazzi e famiglie, di cui 4 addirittura cartoni animati. Nel 2015 i cartoon della Top 10 erano solo 2».

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Baby (S)BOOM

Nel 1951 il numero ideale di figli per le coppie italiane sfiorava il 3, numero “perfetto” per definizione ancora dai tempi di Pitagora (I secolo A.C.).

La statistica si fermava a 2,74 ma nei desiderata di molti c’erano 3, 4 figli, persino 5 e più. Appena il 4% si accontentava del figlio unico.

Nel 1993 l’erede unico non era più un tabù. Al punto che la quota di chi vi vedeva il numero perfetto di prole era più che raddoppiata attestandosi all’8,6%. Mentre il numero medio di figli per coppia scivolava a 2,24.

E oggi? C’è stato un vero e proprio crollo demografico.

Con gli ultimi dati Istat che fotografano un numero medio di figli scarnissimo: 1,34. Primato in Europa!
Ma non è l’unico. L’Italia è anche il Paese con il numero più alto di donne che partoriscono il primo figlio dopo i 40 anni: 6,4%. Stavolta a certificarlo è Eurostat e si tratta di dati mondo!

Digitalizzazione delle PMI in Italia: 4 su 10 non hanno un sito aziendale

Indagine Doxa per Groupon: il 56% delle piccole e medie imprese crede nel web marketing, ma quattro su dieci non hanno ancora un sito aziendale.

Il 70% crede che una buona reputazione si crei senza utilizzare il pc o lo smartphone.

Sono i dati principali che emergono da un’indagine realizzata da Doxa per Groupon su un campione di 900 Pmi italiane, equamente diviso tra quelle che hanno almeno una volta utilizzato Groupon e quelle che non l’hanno mai fatto. L’obiettivo della ricerca è indagare la situazione attuale sulla digitalizzazione delle PMI in Italia, confrontando i dati con quelli  della stessa indagine condotta 4 anni fa.

Nonostante il livello di consapevolezza sia cresciuto sensibilmente, rimane però invariata negli anni la percentuale di Pmi che hanno un proprio sito aziendale, che è del 63%. Inoltre, solo il 50% delle Pmi ritiene che il web influenzi fortemente i consumatori nel processo d’acquisto di prodotti e servizi.

Negli anni sta conquistando spazio il ruolo del mobile, tanto che l’81% delle Pmi intervistate ha previsto l’ottimizzazione del sito per essere visto correttamente da cellulare e tablet, e il 79% considera cruciale il tema della geo-localizzazione.

Tra i tool digitali giocano la parte più importante i social network, guidati da Facebook, che rappresenta l’89% dell’intero “sforzo” promozionale digitale. Le Pmi Online attive, in questi ultimi 4 anni, hanno inoltre capito il ruolo chiave dei siti di ecommerce/app dedicate per promuovere il loro business (30% vs 19% del 2013).

Tra i benefici principali della digitalizzazione dalla ricerca emerge l’arrivo di nuovi clienti, il miglioramento dell’immagine, la volontà di andare incontro alle esigenze dei consumatori, l’offerta di nuovi servizi e l’aumento di fatturato. 

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