Doxa + Eulab insieme per Garanzia Giovani

I Paesi Membri con elevati tassi di disoccupazione giovanile ricevono finanziamenti dal Programma Garanzia Giovani da investire in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei giovani che non sono impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not (engaged) in Education, Employment or Training).

A partire da maggio, l’ANPAL- Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, ha avviato un’indagine che coinvolge un campione di 20.000 giovani che si sono iscritti al Programma Garanzia Giovani tra maggio 2015 e dicembre 2016 per valutare gli esiti della partecipazione agli interventi di politica attiva.

L’indagine persegue il doppio obiettivo di valutare la partecipazione dei giovani Neet al Programma Garanzia Giovani e allo stesso tempo di rispondere alle richieste di informazioni da parte della Commissione europea, impegnata a comparare a livello internazionale i risultati raggiunti dalle politiche attuate dai singoli Stati Membri per avvicinare i giovani tra i 15 e i 29 anni al mercato del lavoro, valorizzando attitudini e background formativo e professionale, in coerenza con quanto indicato dalla Raccomandazione Europea del 2013.

L’ANPAL si avvale del RTI DOXA-EULAB per la realizzazione delle interviste con cui si acquisiranno le informazioni utili per le analisi e la diffusione dei principali risultati del Programma in forma aggregata.

Questa collaborazione ci rende particolarmente fieri perché non premia soltanto le nostre scelte metodologiche, l’affidabilità dei nostri impianti di ricerca, l’attendibilità delle tecniche di analisi dei dati che da sempre utilizziamo nei lavori di Ricerca, ma anche e soprattutto la passione che mettiamo nel nostro lavoro.

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Zainocrazia: l’epoca del nomadismo professionale

Doxa aderisce alla “Settimana del Lavoro Agile” promossa dal Comune di Milano, tracciando numeri e tendenze di un fenomeno in costante crescita destinato a rivoluzionare la vita di tutti noi.

Parola d’ordine: zainocrazia. In occasione della «Settimana del Lavoro Agile» promossa dal Comune di Milano, dal 22 al 26 maggio, Doxa, ideatrice delle ricerche di mercato in Italia, si fa interprete di una tendenza destinata a rivoluzionare la vita professionale (e non solo) di tutti noi. Oggi sono oltre 250 mila i «lavoratori agili» in Italia, ossia coloro che godono di discrezionalità nella definizione delle modalità d’impiego in termini di luoghi, orari e strumenti utilizzati per svolgere al meglio le proprie mansioni. E sono pari al 7% di tutti gli impiegati, quadri e dirigenti. Lo dice l’Osservatorio sullo «smart working» del Politecnico di Milano, curato proprio da Doxa. «Si tratta di persone assunte all’interno di aziende perlopiù medio-grandi e grandi, dislocate prevalentemente nel Nord Italia, in quasi 7 casi su 10 sono uomini (a sorpresa!) e hanno un’età media di 41 anni» specifica Vilma Scarpino, amministratore delegato di Doxa.

VANTAGGI PER TUTTIFare lavoro agile significa rimettere in discussione stereotipi relativi a luoghi, orari e strumenti di lavoro consentendo alle persone di raggiungere una maggiore efficacia professionale e un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. Con vantaggi per tutti:

  • Imprese, che godono di una attrattività migliore a fronte di un aumento della produttività, di una riduzione dell’assenteismo e degli straordinari e in definitiva di una riduzione dei costi;
  • Lavoratori, che a fronte di una maggiore flessibilità si dichiarano più motivati e soddisfatti del proprio work-life balance; seppure lavorino di più: 9 ore al giorno in media contro le canoniche 8 (altra sorpresa!);
  • Società, che grazie alla riduzione degli spostamenti dei singoli e del minore impatto ambientale prodotto dalle società ne trae ovvi benefici.

COSA DICE LA LEGGE – Nel Jobs Act Autonomi, approvato il 10 maggio scorso con il via libera in terza lettura dal Senato, riflettori accesi anche sul lavoro agile o smart working. Finora il tutto era regolato dalla contrattazione individuale o aziendale e dunque di secondo livello. Ora c’è una normativa nazionale, che tra le altre misure garantisce stesso stipendio, parità contrattuale e diritto alla disconnessione a chi lavora in remoto. E in molti sono pronti a scommettere che farà da volano allo smart working. Incentivando tassi di crescita ancora più forti rispetto a quelli registrati finora: +40% negli anni tra il 2013 e il 2016.

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Premio Tecnovisionarie a Marina Salamon per la creatività

Un riconoscimento al talento femminile per chi ha saputo coniugare creatività e capacità
di innovare, trasparenza dei comportamenti e attenzione per il sociale, operando negli ambiti più diversi: dal design alla ricerca scientifica, dall’imprenditoria alla moda, dalla cultura ai media.

Quattordici donne speciali, capaci di inventare il futuro e insignite del Premio internazionale Tecnovisionarie, promosso da Women&Tech – Associazione Donne e Tecnologie, a riconoscimento dei traguardi conseguiti nei rispettivi campi professionali.

Il Premio Tecnovisionarie celebra il decimo anniversario e verrà assegnato in una serata evento, il 19 maggio a Villa Erba di Cernobbio, a donne che hanno saputo coniugare, nella carriera e nella vita, creatività e capacità di innovare, trasparenza dei comportamenti e attenzione per il sociale, operando negli ambiti più diversi: dal design alla ricerca scientifica, dall’imprenditoria alla moda, dalla cultura ai media.

Per la categoria Creatività verrà premiata Marina Salamon, presidente di Doxa.

«Il contributo delle donne al progresso economico, scientifico, culturale e sociale è fondamentale», afferma Gianna Martinengo, imprenditrice e ideatrice del Premio. «È giusto riconoscere questo contributo. Ed è esattamente quanto fa il Premio Tecnovisionarie, che taglia quest’anno l’importante traguardo dei 10 anni. Siamo felici e orgogliose dei risultati raggiunti sia con il Premio sia con l’Associazione che lo esprime, cresciuta oltre le nostre stesse aspettative perché – forse – abbiamo intercettato un bisogno reale. Ma guardando anche oltre lo stretto ambito scientifico, per valorizzare il contributo femminile nell’economia, nella cultura, nelle scienze sociali, nell’etica. Oggi l’Associazione è una realtà consolidata e autorevole. Un vasto network che incrocia e consente di condividere conoscenze ed esperienze di tante persone che hanno deciso di farne parte perché credono nei nostri valori».

Italiani al ristorante

Secondo un’indagine di Doxa per Groupon escono a mangiare in media 5 volte al mese, spendendo 21 euro a testa, preferendo pizza e cucina mediterranea. E in molti casi, non esitano a condividere recensioni sui portali dedicati

Il passaparola digitale svolge un ruolo sempre più importante nelle vite degli italiani, anche quando si tratta di scegliere il luogo in cui andare a cena. E’ quanto emerge dalla ricerca Doxa, commissionata da Groupon in occasione di Chef Awards, evento food in scena il 29 maggio che premia i migliori talenti culinari nazionali sulla base delle recensioni lasciate dai clienti online. Secondo il sondaggio, inoltre, concedersi un pasto fuori casa, soprattutto a base di pizza e cucina mediterranea, rappresenta per molte persone anche un’occasione per staccare la spina e vivere momenti piacevoli in famiglia e con gli amici.

Quante volte si mangia fuori

Secondo la ricerca, si esce a mangiare in media 5 volte al mese. Nel dettaglio, 8 italiani su 10 mangiano fuori casa almeno 1 volta al mese e di questi otto il 57% esce almeno una volta alla settimana. Nel caso dei più giovani, dai 18-34 anni, le uscite mensili salgono a sei, e per il 44% degli under 24 sono in aumento rispetto allo scorso anno. A sorpresa, lombardi e veneti, sono i meno avvezzi a mangiare fuori casa (in media poco più di 4 volte al mese), mentre Sicilia e Toscana sono le regioni che amano di più andare al ristorante (in media sfiorano le 6 volte al mese). Anche se la maggior parte degli intervistati esce il venerdì e il sabato sera (82%), l’analisi mostra che la domenica batte il mercoledì (30% vs 24%) ma il mercoledì riscuote più successo nella fascia giovane del campione (18-34), che esce a metà settimana per spezzare la routine.

Il menù più gettonato e il budget

A tavola, gli Italiani restano fedeli alla tradizione: i piatti più gettonati per una cena fuori casa sono infatti la pizza, scelta dal 77% degli intervistati, seguita dalle pietanze della cucina mediterranea (65%) e dalle prelibatezze delle  tattorie con cucina casalinga (55%). La cucina etnica, indicata dal 33% delle persone coinvolte, è preferita soprattutto nelle regioni del Nord Italia (Piemonte, Liguria e Lombardia).  Al Sud si preferiscono hamburgherie, locali di street food e da aperitivo. In merito al budget, invece, la spesa media si aggira intorno ai 21 euro: nel dettaglio, per una pizza si spendono 16€, per la cucina mediterranea almeno 30€, per la trattoria scendiamo a 20€ e infine per l’etnico a circa 23€.

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5×1000: metà degli italiani non lo versano

Nella dichiarazione dei redditi degli italiani c’è un tesoretto da oltre 800 milioni di euro a disposizione delle organizzazioni no profit. Eppure solo poco più della metà arriva a destinazione. Le spiegazioni rilevate dall’indagine Doxa “Italiani solidali” sono molteplici, dal generico “non mi fido, non posso verificare” al “sono in difficoltà economica” e quindi non posso permettermelo: il risultato è che nel 2016 solo il 51% dei contribuenti ha destinato la somma a una no profit.

Le due risposte emerse dall’indagine Doxa sono agli antipodi, ma se la prima è in qualche modo comprensibile, la seconda è totalmente non giustificata: il cinque per mille – esattamente come l’otto per mille – non prevede alcun aggravio di spesa per i contribuenti che versano regolarmente le tasse. Si tratta, infatti, di un importo che il cittadino versa comunque sotto forma di ritenuta Irpef allo Stato: la differenza è che anziché finire direttamente nelle casse del Tesoro, i soldi vengono redistribuiti alla associazioni indicate dai contribuenti.

Il problema – in qualche modo riconducibile alla diffidenza dei contribuenti – è spiegato con chiarezza dalla Corte dei Conti secondo cui sono troppe 50mila associazioni che beneficiano del cinque per mille. Anche perché, solo tra le onlus e gli enti del volontariato, quasi 9 mila enti ottengono un contributo inferiore ai 500 euro ed oltre mille non hanno nemmeno una firma. Una situazione che accentua “la frammentazione e la dispersione delle risorse”. Altri enti ancora, senza scopo di lucro, non fanno che fornire servizi a ristrette categorie professionali come notai o avvocati, o addirittura al mondo della politica, senza impatti sociali: perché dovrebbero beneficiare dell’elargizione?

L’indagine Doxa mette in evidenza come un 12% di non donatori si giustifichi spiegando che le Ong sono troppe e che di fatto i contributi siano quasi irrisori. Insomma un po’ di chiarezza sul settore non guasterebbe: “Molte organizzazioni – ha rilevato la magistratura contabile – pur non avendo finalità di lucro, non producono alcun tipo di valore sociale, rivolgendosi esclusivamente ai soci o iscritti, senza rispondere a criteri di misurabilità dell’utilità sociale prodotta”. Nella relazione, la Corte riferisce di casi di fondazioni legate a formazioni politiche, di associazioni di categorie professionali (notai, avvocati, militari, ecc.) e di “altre categorie di beneficiari difficilmente compatibili con la ratio dell’istituto”.

Anche per questo la Corte dei conti ritiene “necessario intraprendere un’attività di audit dell’Agenzia delle entrate sul comportamento degli intermediari in potenziale conflitto di interesse, al fine di tutelare la libera scelta dei contribuenti”. A scoraggiare potenziali donatori c’è poi la lentezza con cui i fondi vengono erogati a causa dell’eccesso di burocrazia. Una problematica che scoraggia molto potenziali donatori: il 15% – rileva ancora Doxa – neppure si dichiara interessato al tema e in questo senso è interessante notare come i più distaccati dalle questioni del cinque per mille siano i giovani fino a 34 anni con bassi livelli d’istruzioni. Gli stessi che più facilmente si lasciano affascinare dalle promesse di politiche populiste.

 

Fonte: Business Insider Italia

Tanti auguri, mamme!

In occasione della Festa della Mamma ci siamo divertiti a mettere a confronto due sondaggi Doxa realizzati, rispettivamente, nel 1970 e nel 2017, in cui è stato chiesto ai soli uomini in età 18-40 anni di dire la loro sulle qualità più apprezzate di una moglie.

Risultato? Su tutte vince la capacità di educare i figli. Ieri e, ancor più, oggi. Ma a saltare all’occhio è il peso oggi attribuito a qualità un tempo marginali, o quasi. Almeno di fronte ai microfoni degli intervistatori. Tra cui la bellezza: oggi importante per oltre un italiano su due.

In netta progressione poi il desiderio di una moglie colta,  lavoratrice e con opinioni precise sui problemi politici e sociali.
Che l’emancipazione tra le mura domestiche sia ben più radicata di quel che si pensi? Noi ci crediamo!

Donatore online: generoso, pragmatico e mobile

I risultati della terza edizione di Donare 3.0, ricerca realizzata da Duepuntozero Doxa per PayPal Italia e Rete del Dono, confermano come oggi la donazione online sia la modalità idealmente preferita dai donatori, ma tuttavia ancora poco diffusa. In crescita le donazioni per “Salute e ricerca” e “Arte e cultura”.

PayPal e Rete del Dono annunciano oggi i risultati della terza edizione dello studio “Donare 3.0”, che le due società hanno commissionato a Duepuntozero Doxa per indagare quanto il fenomeno delle donazioni sia diffuso tra la popolazione italiana connessa a Internet e identificare eventuali barriere, abitudini o atteggiamenti che condizionano il comportamento degli italiani online. Lo studio include anche una desk analysis sulle 30 associazioni più note in Italia, per mappare la loro presenza online e una sul profilo del donatore online.

Dalla profilazione del campione emerge come i donatori più generosi online ricadano in una categoria di persone globalmente ottimiste e fiduciose nel futuro, e ritengano che un numero maggiore di persone donerebbe se ci fosse più trasparenza sull’utilizzo dei fondi e sull’esito dei progetti.

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Come cambia lo scaffale del caffè

Food Insider: una ricerca Doxa realizzata in esclusiva per Food prende in esame la categoria con rilevazioni in 1.117 punti vendita di 13 Paesi europei. Ed ecco cosa succede anche nei supermercati e nei discount italiani.

Il caffè è un rito che scandisce le giornate di decine di milioni di italiani, ma è anche un mercato che muove circa 1,2 miliardi di euro nei canali Gdo e discount. Una categoria importante, alle prese da anni con una vera rivoluzione tecnologica e di marketing: il passaggio dal classico caffè macinato al porzionato o per meglio dire alle capsule, cresciute sempre a doppia cifra nel recente passato. Ma come si riflette tutto questo negli scaffali dei retailer? Una risposta dettagliata arriva da Food Insider, l’iniziativa nata dalla partnership tra Doxa – prima società indipendente di ricerca e analisi di mercato in Italia – e il mensile Food. La ricerca è stata svolta nella settimana dal 16 al 22 marzo attraverso rilevazioni effettuate in crowdsourcing in 1.117 punti vendita di 13 Paesi europei (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Turchia). In Italia sono stati visitati 105 punti vendita (81 supermercati e 24 discount)focalizzando l’analisi sulla rilevazione dei lineari dedicati all’esposizione di caffè e sulla percentuale di scaffale dedicato alle diverse tipologie di prodotto (macinato, in capsule, in cialde, in chicchi, istantaneo). In aggiunta, sono stati approfonditi i comportamenti di acquisto dei partecipanti allo studio, con un ulteriore focus su un aspetto particolare: la modalità di conservazione del caffè. E anche stavolta non sono mancate le sorprese, come nel caso dell’analoga ricerca proposta da Food Insider sul livello di pulizia percepito nei punti vendita, in particolare nei reparti ortofrutta e dairy.

La metodologia della ricerca

Ma andiamo con ordine e cominciamo a esaminare sotto il profilo strettamente quantitativo lo spazio dedicato al caffè dai punti vendita italiani rispetto al resto d’Europa, con la premessa che per semplificare il raffronto tra superfici di dimensioni diverse è stato rilevato il numero di elementi di lineare – considerati come unità di base dell’arredo – assegnando a ciascuno di essi la lunghezza convenzionale di un metro. Un’astrazione necessaria per rendere confrontabili realtà molto differenti, tenuto conto che per esempio in Italia lo standard di lineare più diffuso è quello con lunghezza di 1,33 metri. E già qui i dati a fonte Doxa-Roamler si rivelano molto interessanti, perché se era prevedibile che i negozi visitati nei Paesi del Nord Europa – forti consumatori di caffè – si collocassero in vetta alla classifica, meno scontato appare il gap che li separa dai “colleghi” italiani. Vero è che il primato spetta al Portogallo (con 6,3 metri destinati alla categoria) che con la Svezia (6,2 metri) si colloca ben al di sopra della media continentale (pari a 3,6 metri), ma ampie sono anche le esposizioni rilevate in Germania, Olanda (entrambe con 4,9 metri) e Danimarca (4,4 metri). L’Italia, con i suoi 3,3 metri dedicati al caffè, si colloca nella parte medio-bassa della classifica – precisa Paola Caniglia, Retail & Crowdsourcing Director di Doxa –. Super e discount italiani destinano alla categoria uno spazio che potrebbe persino sembrare modesto nel raffronto con altri contesti. Va però tenuto conto della grande diffusione nel nostro Paese delle piccole torrefazioni locali, che rappresentano un canale aggiuntivo di acquisto. L’offerta complessiva a disposizione del consumatore è quindi più ampia rispetto a quella proposta dalla Gdo, che anzi adegua l’assortimento alle singole piazze presidiate, inserendo di volta in volta brand regionali o comunque locali.

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La farmacia del futuro

Connessione, specializzazione e network: ecco cosa chiedono gli italiani alla farmacia del futuro

Una ricerca Doxa per conto di Dompé fotografa uno scenario socio-demografico in cambiamento e una professione in evoluzione rispetto ai modelli del passato. Gli italiani confermano la fiducia nei professionisti, ma chiedono maggior integrazione tra on e offline, aumento dei servizi in farmacia e specializzazione. La rivoluzione della farmacia 4.0 avanza: tra i modelli del futuro ci sono la farmacia “Pick & Pay” e quella polifunzionale.

Sei italiani su dieci entrano in farmacia almeno una volta al mese. Otto su dieci hanno la propria farmacia di fiducia e nel 40% dei casi sono pienamente soddisfatti dal servizio ottenuto. Ma non mancano le richieste di miglioramento: quasi sette persone su dieci vorrebbero una maggior specializzazione e auspicano a una liberalizzazione del sistema, mentre il 75% vorrebbe più concorrenza come stimolo a migliorare prodotti e servizi.

L’obiettivo? Fare una fotografia dell’attuale mondo della farmacia, delle big issues del comparto (tra cui l’apertura all’e-commerce, la liberalizzazione, le catene di farmacie e la specializzazione) per capire dove si direzionano le tendenze nel mondo della salute e quali sono le dinamiche che dovranno svilupparsi in futuro. All’indagine hanno partecipato sia farmacisti che un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta.

L’opinione dei farmacisti: le sfide e le opportunità

In un contesto dominato da crescenti sfide ma anche da nuove opportunità, dall’indagine emerge un farmacista consapevole delle dinamiche trasformative in atto. A preoccuparlo sono la crescente riduzione dei margini, l’ingresso delle grandi catene sul mercato italiano e gli effetti della scontistica. Non ultima, l’incertezza circa un quadro normativo sulla professione ancora in evoluzione.

I segnali evolutivi della farmacia vanno verso un sempre più intenso impiego della tecnologia, una più spinta caratterizzazione commerciale e una crescente capacità di aggregare funzioni e competenze all’interno del punto vendita. Segnali che si traducono in azioni concrete:

  • Formula drugstore, sostenuta anche da grandi catene internazionali
  • Moltiplicazione dei servizi offerti
  • Crescita della vendita via internet

Oggi il farmacista aspira a un modello sempre più ibrido di farmacia, per affrancarsi da una funzione puramente commerciale. Aumento, quindi, della componente consulenziale a fronte di un costante aggiornamento; incremento della funzione di controllo dell’aderenza alle terapie e apertura all’intero network del mondo della salute.

La farmacia del futuro? Sempre più 4.0

L’indagine svela il ritratto della farmacia del futuro che sarà sempre più 4.0. La richiesta da parte dei cittadini è infatti quella di una farmacia polifunzionale, che non si limita a distribuire farmaci e prodotti ma diventa sempre più polo di aggregazione di servizi e consulenze in una sorta di “network” sanitario. In maniera speculare, si auspica anche a un modello di farmacia “Pick & Pay”, che integra perfettamente l’online e l’offline consentendo di effettuare il proprio ordine da smartphone, PC e tablet per poi ritirare al momento del passaggio in farmacia.

 

Le donne leggono sempre di più

Gli italiani non perdono l’antica e consolante abitudine di leggere prima di addormentarsi, peccato però che i libri che raggiungono il comodino accanto al letto non siano molto numerosi. È uno degli aspetti che emergono da una inchiesta Doxa, realizzata per il Sole 24 Ore-Domenica, condotta, tra il 5 e il 7 aprile scorsi, su una community di persone (714) che usano lo smartphone e che hanno familiarità con le app.Prendendo in prestito le parole freudiane si potrebbe definire il lettore che emerge da questa indagine una figura “perversa e polimorfa”: perversa per il rapporto diffidente o reticente verso la lettura e polimorfa per le tante differenze che caratterizzano la sua globale fisionomia.

Anche se con l’aumento della popolazione e la scolarizzazione di massa degli anni Sessanta la percentuale dei lettori attuali è molto superiore (68 vs.38) a quella del dopoguerra, oggi come ieri le preferenze dei consumatori di carta stampata vanno ai grandi romanzi. Ma nel 1950, oltre ai bestseller più o meno del giorno – da Via col vento a Per chi suona la campana a Il mulino del Po – c’erano tra i favoriti ancora alcuni classici italiani, da Le ultime lettere di Jacopo Ortis a I promessi sposi . Oggi, accanto ai big delle classifiche, ci sono classici d’altro genere: Il piccolo principe e Il Signore degli anelli, e tra gli autori di casa nostra Il nome della rosa.

Nei lettori odierni cambiano le abitudini, soprattutto per quello che riguarda le età della lettura (anche se a ogni fascia d’età la carta stampata continua a essere preferita ai libri digitali). Nei millennials, cioè i giovani tra i 18 e i 35 anni, il piacere, o il bisogno, di leggere scende man mano che cresce l’età: fino ai 25, il trenta per cento dei ragazzi legge più di dieci libri l’anno, superata quella soglia anagrafica la maggior parte (il quarantaquattro per cento) si attesta sui tre o quattro libri lungo tutto l’arco delle stagioni, mentre è solo il ventisette per cento che ne legge oltre una decina. Si tratta di ragazzi che di lettura in generale se ne intendono: il rapporto con lo smartphone e le app passa soprattutto attraverso le lettere dell’alfabeto. Nel caso di questi giovani digital native non c’entra dunque il livello di istruzione e neanche le seduzioni dell’informatica, dove gli adolescenti e i ventenni si sentono a casa, ma un vero e proprio calo di desiderio verso un oggetto, il libro, precedentemente amato. Diverso il volto del lettore odierno anche tra Nord e Sud, dal Centro in giù si legge meno, anche se è minima, in tutta la penisola, la percentuale (intorno al cinque per cento) di chi non legge mai un libro.

Ma se si domanda a che cosa sottraggono il tempo per leggere a coloro che invece, pochi o abbastanza numerosi, i libri li prendono in mano la risposta pressoché unanime è: la televisione.Come è allora il volto più accattivante, più promettente del lettore italiano? Giovane, certo, ma soprattutto femminile. Qui il divario è netto e si conferma che oggi la lettura è donna: legge più di dieci libri in un anno il trentacinque per cento delle intervistate contro il diciannove per cento degli uomini ascoltati per l’indagine. Non è una novità ma una felice tradizione della modernità, cominciata fin dai primi passi tardo settecenteschi e ottocenteschi dell’emancipazione femminile. Oggi però il dato è più interessante. In passato la passione delle donne per i libri –romanzi soprattutto – era collegata, nella opinione pubblica misogina che sapeva trasformare ogni qualità femminile in vizio, alla loro inattività sociale. Ma per le cittadine multitasking di oggi il tempo è il bene più prezioso, eppure sono le indaffaratissime dei nostri giorni che sostengono il livello della lettura in Italia. Il che non è solo una medaglia sull’affaticato petto femminile, ma anche una precisa indicazione: non è vero che non si legge per mancanza di tempo. Un elemento sul quale chi si occupa della diffusione dei libri e della lettura dovrebbe riflettere.

Gli italiani e la lettura: confronto 1950-2017

Fonte: Il Sole 24 Ore Domenica