Fumo a Milano 2017

Tra i giovani dai 15 ai 24 anni il 25%  fuma. È, però, alta la percentuale di giovani che non ha intenzione di smettere, il 67%, contro il 25% che vuole invece spegnere per sempre la sigaretta. I dati emersi dall’indagine commissionata dalla Lilt di Milano alla Doxa in occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco, che si celebra il 31 maggio.
Smettere di fumare? No, grazie. È questa la risposta dei fumatori milanesi che in numero sempre più crescente dichiarano di non voler rinunciare alle “bionde”. Il 74% ha, infatti, dichiarato di non voler spegnere per sempre la sigaretta: nel 2016 era, invece, il 63%. E solo il 23%, contro il 26% del 2016, è intenzionato a smettere di fumare.

Ma il dato confortante è che il numero di fumatori milanesi è in leggero calo: il 19% nel 2017 contro il 20% dello scorso anno. Lo stesso vale per il consumo medio giornaliero di sigarette che è sceso a 9,9 nel 2017 contro le 10,5 del 2016. Tra i giovani dai 15 ai 24 anni il 25% è fumatore, mentre il 68% non ha mai fumato. È, però, alta la percentuale di giovani che non ha intenzione di smettere, il 67%, contro il 25% che vuole invece spegnere per sempre la sigaretta.Sono questi i dati emersi dall’indagine che la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Lilt di Milano ha commissionato alla Doxa in occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco, che si celebra domani, 31 maggio.

Gli stili di vita salutari, tra cui non fumare, fare attività fisica e alimentarsi in maniera sana, rivestono un ruolo fondamentale nella prevenzione dei tumori. Secondo i dati dell’indagine Lilt Milano, i milanesi che fumano mostrano in ogni caso attenzione alla forma fisica (74%) e all’alimentazione (87%). Per quanto riguarda i giovani fumatori, l’83% è attento alla forma fisica e l’81% all’alimentazione: i ragazzi sono consapevoli che le sigarette possano creare dipendenza ma l’80% di loro non rinuncia a spegnerle. Per combattere il fumo i giovani chiedono più campagne anti-tabacco e più informazione. Proprio questo è uno degli impegni decennali della Lilt e durante il workshop saranno presentati i programmi per la lotta al tabagismo in Lombardia rivolti in particolare alle scuole, dalle primarie alle secondarie.

Asma: ne soffre il 6% degli italiani

Italiani bocciati all’interrogazione di asma. Per 1 su 2 dalla malattia si può guarire.

Doxa fotografa un’Italia che zoppica ancora a riconoscere una tra le patologie a più alto impatto sociale.
Di asma ne soffre il 6% della popolazione ma sono quasi la metà gli italiani che hanno un parente o un amico che ci convive.
Nonostante questi numeri, il 49% sostiene addirittura che dall’asma si possa guarire definitivamente e 4 su 10 non hanno dubbi che i rimedi naturali siano appropriati nella terapia.
4 pazienti su 10 dicono che la terapia e impegnativa e 2 su 3 non sono soddisfatti di quello che è stato loro prescritto.
Le aspettative dei pazienti: una terapia più semplice e da assumere una volta al giorno.

Mettiamo di dover risolvere un puzzle sull’asma. Un puzzle composto di 12 quadri, alla fine del quale l’immagine che risulterà dovrebbe farci capire il livello di conoscenza, la consapevolezza e il vissuto della malattia da parte della popolazione italiana. Partiamo dal dato certo, Secondo le rilevazioni più recenti, circa tre milioni di italiani (dal 5 al 7 per cento della popolazione) soffrono di asma bronchiale in forma più o meno grave.

Vediamo ora, quadro per quadro, cosa è emerso da un’indagine condotta da Doxa (popolazione generale, asmatici e caregiver).

Il primo quadro ci dice che siamo di fronte ad una delle patologie con il più elevato impatto sociale: 6 italiani su 10 hanno un vissuto diretto o indiretto con la malattia. Entrando nel merito, ne soffre il 6%, il 7% ha un famigliare malato e il 44% conosce almeno una persona che convive con l’asma. Più della metà degli italiani, dunque, stando almeno a questo primo quadro, dovrebbe sapere di cosa stiamo parlando.

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Doxa + Eulab insieme per Garanzia Giovani

I Paesi Membri con elevati tassi di disoccupazione giovanile ricevono finanziamenti dal Programma Garanzia Giovani da investire in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei giovani che non sono impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not (engaged) in Education, Employment or Training).

A partire da maggio, l’ANPAL- Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, ha avviato un’indagine che coinvolge un campione di 20.000 giovani che si sono iscritti al Programma Garanzia Giovani tra maggio 2015 e dicembre 2016 per valutare gli esiti della partecipazione agli interventi di politica attiva.

L’indagine persegue il doppio obiettivo di valutare la partecipazione dei giovani Neet al Programma Garanzia Giovani e allo stesso tempo di rispondere alle richieste di informazioni da parte della Commissione europea, impegnata a comparare a livello internazionale i risultati raggiunti dalle politiche attuate dai singoli Stati Membri per avvicinare i giovani tra i 15 e i 29 anni al mercato del lavoro, valorizzando attitudini e background formativo e professionale, in coerenza con quanto indicato dalla Raccomandazione Europea del 2013.

L’ANPAL si avvale del RTI DOXA-EULAB per la realizzazione delle interviste con cui si acquisiranno le informazioni utili per le analisi e la diffusione dei principali risultati del Programma in forma aggregata.

Questa collaborazione ci rende particolarmente fieri perché non premia soltanto le nostre scelte metodologiche, l’affidabilità dei nostri impianti di ricerca, l’attendibilità delle tecniche di analisi dei dati che da sempre utilizziamo nei lavori di Ricerca, ma anche e soprattutto la passione che mettiamo nel nostro lavoro.

Per informazioni clicca qui.

Zainocrazia: l’epoca del nomadismo professionale

Doxa aderisce alla “Settimana del Lavoro Agile” promossa dal Comune di Milano, tracciando numeri e tendenze di un fenomeno in costante crescita destinato a rivoluzionare la vita di tutti noi.

Parola d’ordine: zainocrazia. In occasione della «Settimana del Lavoro Agile» promossa dal Comune di Milano, dal 22 al 26 maggio, Doxa, ideatrice delle ricerche di mercato in Italia, si fa interprete di una tendenza destinata a rivoluzionare la vita professionale (e non solo) di tutti noi. Oggi sono oltre 250 mila i «lavoratori agili» in Italia, ossia coloro che godono di discrezionalità nella definizione delle modalità d’impiego in termini di luoghi, orari e strumenti utilizzati per svolgere al meglio le proprie mansioni. E sono pari al 7% di tutti gli impiegati, quadri e dirigenti. Lo dice l’Osservatorio sullo «smart working» del Politecnico di Milano, curato proprio da Doxa. «Si tratta di persone assunte all’interno di aziende perlopiù medio-grandi e grandi, dislocate prevalentemente nel Nord Italia, in quasi 7 casi su 10 sono uomini (a sorpresa!) e hanno un’età media di 41 anni» specifica Vilma Scarpino, amministratore delegato di Doxa.

VANTAGGI PER TUTTIFare lavoro agile significa rimettere in discussione stereotipi relativi a luoghi, orari e strumenti di lavoro consentendo alle persone di raggiungere una maggiore efficacia professionale e un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. Con vantaggi per tutti:

  • Imprese, che godono di una attrattività migliore a fronte di un aumento della produttività, di una riduzione dell’assenteismo e degli straordinari e in definitiva di una riduzione dei costi;
  • Lavoratori, che a fronte di una maggiore flessibilità si dichiarano più motivati e soddisfatti del proprio work-life balance; seppure lavorino di più: 9 ore al giorno in media contro le canoniche 8 (altra sorpresa!);
  • Società, che grazie alla riduzione degli spostamenti dei singoli e del minore impatto ambientale prodotto dalle società ne trae ovvi benefici.

COSA DICE LA LEGGE – Nel Jobs Act Autonomi, approvato il 10 maggio scorso con il via libera in terza lettura dal Senato, riflettori accesi anche sul lavoro agile o smart working. Finora il tutto era regolato dalla contrattazione individuale o aziendale e dunque di secondo livello. Ora c’è una normativa nazionale, che tra le altre misure garantisce stesso stipendio, parità contrattuale e diritto alla disconnessione a chi lavora in remoto. E in molti sono pronti a scommettere che farà da volano allo smart working. Incentivando tassi di crescita ancora più forti rispetto a quelli registrati finora: +40% negli anni tra il 2013 e il 2016.

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Premio Tecnovisionarie a Marina Salamon per la creatività

Un riconoscimento al talento femminile per chi ha saputo coniugare creatività e capacità
di innovare, trasparenza dei comportamenti e attenzione per il sociale, operando negli ambiti più diversi: dal design alla ricerca scientifica, dall’imprenditoria alla moda, dalla cultura ai media.

Quattordici donne speciali, capaci di inventare il futuro e insignite del Premio internazionale Tecnovisionarie, promosso da Women&Tech – Associazione Donne e Tecnologie, a riconoscimento dei traguardi conseguiti nei rispettivi campi professionali.

Il Premio Tecnovisionarie celebra il decimo anniversario e verrà assegnato in una serata evento, il 19 maggio a Villa Erba di Cernobbio, a donne che hanno saputo coniugare, nella carriera e nella vita, creatività e capacità di innovare, trasparenza dei comportamenti e attenzione per il sociale, operando negli ambiti più diversi: dal design alla ricerca scientifica, dall’imprenditoria alla moda, dalla cultura ai media.

Per la categoria Creatività verrà premiata Marina Salamon, presidente di Doxa.

«Il contributo delle donne al progresso economico, scientifico, culturale e sociale è fondamentale», afferma Gianna Martinengo, imprenditrice e ideatrice del Premio. «È giusto riconoscere questo contributo. Ed è esattamente quanto fa il Premio Tecnovisionarie, che taglia quest’anno l’importante traguardo dei 10 anni. Siamo felici e orgogliose dei risultati raggiunti sia con il Premio sia con l’Associazione che lo esprime, cresciuta oltre le nostre stesse aspettative perché – forse – abbiamo intercettato un bisogno reale. Ma guardando anche oltre lo stretto ambito scientifico, per valorizzare il contributo femminile nell’economia, nella cultura, nelle scienze sociali, nell’etica. Oggi l’Associazione è una realtà consolidata e autorevole. Un vasto network che incrocia e consente di condividere conoscenze ed esperienze di tante persone che hanno deciso di farne parte perché credono nei nostri valori».

Italiani al ristorante

Secondo un’indagine di Doxa per Groupon escono a mangiare in media 5 volte al mese, spendendo 21 euro a testa, preferendo pizza e cucina mediterranea. E in molti casi, non esitano a condividere recensioni sui portali dedicati

Il passaparola digitale svolge un ruolo sempre più importante nelle vite degli italiani, anche quando si tratta di scegliere il luogo in cui andare a cena. E’ quanto emerge dalla ricerca Doxa, commissionata da Groupon in occasione di Chef Awards, evento food in scena il 29 maggio che premia i migliori talenti culinari nazionali sulla base delle recensioni lasciate dai clienti online. Secondo il sondaggio, inoltre, concedersi un pasto fuori casa, soprattutto a base di pizza e cucina mediterranea, rappresenta per molte persone anche un’occasione per staccare la spina e vivere momenti piacevoli in famiglia e con gli amici.

Quante volte si mangia fuori

Secondo la ricerca, si esce a mangiare in media 5 volte al mese. Nel dettaglio, 8 italiani su 10 mangiano fuori casa almeno 1 volta al mese e di questi otto il 57% esce almeno una volta alla settimana. Nel caso dei più giovani, dai 18-34 anni, le uscite mensili salgono a sei, e per il 44% degli under 24 sono in aumento rispetto allo scorso anno. A sorpresa, lombardi e veneti, sono i meno avvezzi a mangiare fuori casa (in media poco più di 4 volte al mese), mentre Sicilia e Toscana sono le regioni che amano di più andare al ristorante (in media sfiorano le 6 volte al mese). Anche se la maggior parte degli intervistati esce il venerdì e il sabato sera (82%), l’analisi mostra che la domenica batte il mercoledì (30% vs 24%) ma il mercoledì riscuote più successo nella fascia giovane del campione (18-34), che esce a metà settimana per spezzare la routine.

Il menù più gettonato e il budget

A tavola, gli Italiani restano fedeli alla tradizione: i piatti più gettonati per una cena fuori casa sono infatti la pizza, scelta dal 77% degli intervistati, seguita dalle pietanze della cucina mediterranea (65%) e dalle prelibatezze delle  tattorie con cucina casalinga (55%). La cucina etnica, indicata dal 33% delle persone coinvolte, è preferita soprattutto nelle regioni del Nord Italia (Piemonte, Liguria e Lombardia).  Al Sud si preferiscono hamburgherie, locali di street food e da aperitivo. In merito al budget, invece, la spesa media si aggira intorno ai 21 euro: nel dettaglio, per una pizza si spendono 16€, per la cucina mediterranea almeno 30€, per la trattoria scendiamo a 20€ e infine per l’etnico a circa 23€.

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5×1000: metà degli italiani non lo versano

Nella dichiarazione dei redditi degli italiani c’è un tesoretto da oltre 800 milioni di euro a disposizione delle organizzazioni no profit. Eppure solo poco più della metà arriva a destinazione. Le spiegazioni rilevate dall’indagine Doxa “Italiani solidali” sono molteplici, dal generico “non mi fido, non posso verificare” al “sono in difficoltà economica” e quindi non posso permettermelo: il risultato è che nel 2016 solo il 51% dei contribuenti ha destinato la somma a una no profit.

Le due risposte emerse dall’indagine Doxa sono agli antipodi, ma se la prima è in qualche modo comprensibile, la seconda è totalmente non giustificata: il cinque per mille – esattamente come l’otto per mille – non prevede alcun aggravio di spesa per i contribuenti che versano regolarmente le tasse. Si tratta, infatti, di un importo che il cittadino versa comunque sotto forma di ritenuta Irpef allo Stato: la differenza è che anziché finire direttamente nelle casse del Tesoro, i soldi vengono redistribuiti alla associazioni indicate dai contribuenti.

Il problema – in qualche modo riconducibile alla diffidenza dei contribuenti – è spiegato con chiarezza dalla Corte dei Conti secondo cui sono troppe 50mila associazioni che beneficiano del cinque per mille. Anche perché, solo tra le onlus e gli enti del volontariato, quasi 9 mila enti ottengono un contributo inferiore ai 500 euro ed oltre mille non hanno nemmeno una firma. Una situazione che accentua “la frammentazione e la dispersione delle risorse”. Altri enti ancora, senza scopo di lucro, non fanno che fornire servizi a ristrette categorie professionali come notai o avvocati, o addirittura al mondo della politica, senza impatti sociali: perché dovrebbero beneficiare dell’elargizione?

L’indagine Doxa mette in evidenza come un 12% di non donatori si giustifichi spiegando che le Ong sono troppe e che di fatto i contributi siano quasi irrisori. Insomma un po’ di chiarezza sul settore non guasterebbe: “Molte organizzazioni – ha rilevato la magistratura contabile – pur non avendo finalità di lucro, non producono alcun tipo di valore sociale, rivolgendosi esclusivamente ai soci o iscritti, senza rispondere a criteri di misurabilità dell’utilità sociale prodotta”. Nella relazione, la Corte riferisce di casi di fondazioni legate a formazioni politiche, di associazioni di categorie professionali (notai, avvocati, militari, ecc.) e di “altre categorie di beneficiari difficilmente compatibili con la ratio dell’istituto”.

Anche per questo la Corte dei conti ritiene “necessario intraprendere un’attività di audit dell’Agenzia delle entrate sul comportamento degli intermediari in potenziale conflitto di interesse, al fine di tutelare la libera scelta dei contribuenti”. A scoraggiare potenziali donatori c’è poi la lentezza con cui i fondi vengono erogati a causa dell’eccesso di burocrazia. Una problematica che scoraggia molto potenziali donatori: il 15% – rileva ancora Doxa – neppure si dichiara interessato al tema e in questo senso è interessante notare come i più distaccati dalle questioni del cinque per mille siano i giovani fino a 34 anni con bassi livelli d’istruzioni. Gli stessi che più facilmente si lasciano affascinare dalle promesse di politiche populiste.

 

Fonte: Business Insider Italia

Tanti auguri, mamme!

In occasione della Festa della Mamma ci siamo divertiti a mettere a confronto due sondaggi Doxa realizzati, rispettivamente, nel 1970 e nel 2017, in cui è stato chiesto ai soli uomini in età 18-40 anni di dire la loro sulle qualità più apprezzate di una moglie.

Risultato? Su tutte vince la capacità di educare i figli. Ieri e, ancor più, oggi. Ma a saltare all’occhio è il peso oggi attribuito a qualità un tempo marginali, o quasi. Almeno di fronte ai microfoni degli intervistatori. Tra cui la bellezza: oggi importante per oltre un italiano su due.

In netta progressione poi il desiderio di una moglie colta,  lavoratrice e con opinioni precise sui problemi politici e sociali.
Che l’emancipazione tra le mura domestiche sia ben più radicata di quel che si pensi? Noi ci crediamo!

Donatore online: generoso, pragmatico e mobile

I risultati della terza edizione di Donare 3.0, ricerca realizzata da Duepuntozero Doxa per PayPal Italia e Rete del Dono, confermano come oggi la donazione online sia la modalità idealmente preferita dai donatori, ma tuttavia ancora poco diffusa. In crescita le donazioni per “Salute e ricerca” e “Arte e cultura”.

PayPal e Rete del Dono annunciano oggi i risultati della terza edizione dello studio “Donare 3.0”, che le due società hanno commissionato a Duepuntozero Doxa per indagare quanto il fenomeno delle donazioni sia diffuso tra la popolazione italiana connessa a Internet e identificare eventuali barriere, abitudini o atteggiamenti che condizionano il comportamento degli italiani online. Lo studio include anche una desk analysis sulle 30 associazioni più note in Italia, per mappare la loro presenza online e una sul profilo del donatore online.

Dalla profilazione del campione emerge come i donatori più generosi online ricadano in una categoria di persone globalmente ottimiste e fiduciose nel futuro, e ritengano che un numero maggiore di persone donerebbe se ci fosse più trasparenza sull’utilizzo dei fondi e sull’esito dei progetti.

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Come cambia lo scaffale del caffè

Food Insider: una ricerca Doxa realizzata in esclusiva per Food prende in esame la categoria con rilevazioni in 1.117 punti vendita di 13 Paesi europei. Ed ecco cosa succede anche nei supermercati e nei discount italiani.

Il caffè è un rito che scandisce le giornate di decine di milioni di italiani, ma è anche un mercato che muove circa 1,2 miliardi di euro nei canali Gdo e discount. Una categoria importante, alle prese da anni con una vera rivoluzione tecnologica e di marketing: il passaggio dal classico caffè macinato al porzionato o per meglio dire alle capsule, cresciute sempre a doppia cifra nel recente passato. Ma come si riflette tutto questo negli scaffali dei retailer? Una risposta dettagliata arriva da Food Insider, l’iniziativa nata dalla partnership tra Doxa – prima società indipendente di ricerca e analisi di mercato in Italia – e il mensile Food. La ricerca è stata svolta nella settimana dal 16 al 22 marzo attraverso rilevazioni effettuate in crowdsourcing in 1.117 punti vendita di 13 Paesi europei (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Turchia). In Italia sono stati visitati 105 punti vendita (81 supermercati e 24 discount)focalizzando l’analisi sulla rilevazione dei lineari dedicati all’esposizione di caffè e sulla percentuale di scaffale dedicato alle diverse tipologie di prodotto (macinato, in capsule, in cialde, in chicchi, istantaneo). In aggiunta, sono stati approfonditi i comportamenti di acquisto dei partecipanti allo studio, con un ulteriore focus su un aspetto particolare: la modalità di conservazione del caffè. E anche stavolta non sono mancate le sorprese, come nel caso dell’analoga ricerca proposta da Food Insider sul livello di pulizia percepito nei punti vendita, in particolare nei reparti ortofrutta e dairy.

La metodologia della ricerca

Ma andiamo con ordine e cominciamo a esaminare sotto il profilo strettamente quantitativo lo spazio dedicato al caffè dai punti vendita italiani rispetto al resto d’Europa, con la premessa che per semplificare il raffronto tra superfici di dimensioni diverse è stato rilevato il numero di elementi di lineare – considerati come unità di base dell’arredo – assegnando a ciascuno di essi la lunghezza convenzionale di un metro. Un’astrazione necessaria per rendere confrontabili realtà molto differenti, tenuto conto che per esempio in Italia lo standard di lineare più diffuso è quello con lunghezza di 1,33 metri. E già qui i dati a fonte Doxa-Roamler si rivelano molto interessanti, perché se era prevedibile che i negozi visitati nei Paesi del Nord Europa – forti consumatori di caffè – si collocassero in vetta alla classifica, meno scontato appare il gap che li separa dai “colleghi” italiani. Vero è che il primato spetta al Portogallo (con 6,3 metri destinati alla categoria) che con la Svezia (6,2 metri) si colloca ben al di sopra della media continentale (pari a 3,6 metri), ma ampie sono anche le esposizioni rilevate in Germania, Olanda (entrambe con 4,9 metri) e Danimarca (4,4 metri). L’Italia, con i suoi 3,3 metri dedicati al caffè, si colloca nella parte medio-bassa della classifica – precisa Paola Caniglia, Retail & Crowdsourcing Director di Doxa –. Super e discount italiani destinano alla categoria uno spazio che potrebbe persino sembrare modesto nel raffronto con altri contesti. Va però tenuto conto della grande diffusione nel nostro Paese delle piccole torrefazioni locali, che rappresentano un canale aggiuntivo di acquisto. L’offerta complessiva a disposizione del consumatore è quindi più ampia rispetto a quella proposta dalla Gdo, che anzi adegua l’assortimento alle singole piazze presidiate, inserendo di volta in volta brand regionali o comunque locali.

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