Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017

  • Cresce di 10 punti la quota di intervistati che si definisce economicamente indipendente
  • Sale dal 47,2 al 60,8 per cento la quota di chi ritiene sufficiente o più che sufficiente il proprio reddito
  • In crescita dal 40 al 43,3 per cento le famiglie in grado di risparmiare; in aumento dall’8 al 13 per cento le famiglie che optano per forme di risparmio gestito
  • Proseguono gli acquisti di immobili: il 5 per cento degli intervistati ha acquistato una casa
  • Alfabetizzazione finanziaria: 2/3 degli intervistati ha consapevolezza dei tassi di interesse,  il 50 per cento comprende correttamente l’inflazione. Solo il 30 per cento ha avuto un’educazione finanziaria specifica. I giovani risultano più preparati

È stata presentata oggi a Torino l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017: “Consapevolezza, fiducia, crescita: le sfide dell’educazione finanziaria”, un progetto del Centro Einaudi e di Intesa Sanpaolo.

Famiglie: la ripresa  si diffonde e dissolve qualche nuvola  sull’orizzonte di lungo periodo.  Per il secondo anno consecutivo le risposte migliorano e la crisi si può dire alle spalle. A differenza del 2016, con la nuova edizione la ripresa tocca tutte le classi di reddito intervistate: quelle più basse, il ceto medio e le famiglie con un reddito superiore. Spicca il salto di 10 punti, dall’82 al 92 per cento, della quota di intervistati che nel 2017 è stato finanziariamente indipendente. La percentuale è ai massimi e sottolinea la ripresa del controllo delle famiglie sulla possibilità di spesa. Un salto di qualità è anche nella tipologia di redditi che sono prodotti. C’è un ritorno dei redditi da lavoro, che rappresentano nel 58 per cento dei casi la prima fonte di reddito degli intervistati, contro percentuali che negli anni peggiori della crisi erano scese sotto la metà. Compie un progresso anche il giudizio di sufficienza del reddito rispetto al tenore di vita: in un solo anno il saldo tra la percentuale di intervistati che considera il reddito sufficiente ovvero insufficiente passa da +30 a +51 per cento (supera lo spartiacque del 50 per cento). Il dato è frutto del rialzo (dal 47,2 al 60,8 per cento) della quota di chi giudica sufficiente o più che sufficiente il proprio reddito e della diminuzione dal 17,2 al 9,8 per cento di chi invece ritiene insufficiente o del tutto insufficiente il proprio reddito.

 

Più risparmiatori e più risparmi: si torna a progettare. Il segnale del 2017 è univoco: le famiglie in grado di risparmiare crescono dal 40 al 43,4 per cento. I risparmiatori non intenzionali sono coloro che sono riusciti a mantenere il controllo del bilancio famigliare, sicché alla fine dell’anno si sono trovati ad aver speso meno di quanto avessero incassato. La quota di queste famiglie ha recuperato circa un punto percentuale dal 2016, raggiungendo il 21,4 per cento del campione; la brusca contrazione iniziata nel 2012 sembra definitivamente superata. I risparmiatori intenzionali sono coloro che hanno risparmiato con uno scopo preciso: si tratta di un gruppo che negli anni si è sempre mantenuto più o meno stabile, poco al di sotto di un quarto del campione. Nel 2016 i risparmiatori intenzionali erano un quinto del campione, quest’anno ritornano al 22 per cento, avvicinandosi alla cifra fisiologica. Il fatto che la crescita dei risparmiatori intenzionali sia superiore a quella dei risparmiatori non intenzionali indica che le famiglie stanno tornando a progettare ed è coerente con l’aumento della propensione media al risparmio, dal 9,6 all’11,8 per cento del reddito.

Si risparmia per far fronte alle incertezze. Il risparmio per i figli equivale a quello per la casa. L’analisi delle motivazioni al risparmio dei risparmiatori intenzionali (figura 2.20) mostra i motivi precauzionali prevalenti; tuttavia il dato, che aveva visto un rilevante incremento nel 2016, è tornato nel 2017 ai livelli precedenti (meno della metà del campione lo cita come motivazione principale). Il risparmio precauzionale è particolarmente presente nella fascia di età più giovane ed è probabilmente riconducibile a una persistente incertezza sul futuro. Il risparmio per la casa (ristrutturazione o acquisto), dopo aver perso nel 2015 e   nel 2016, torna quest’anno a superare il 16 per cento ed è particolarmente diffuso nelle fasce d’età fra 35 e 54 anni. Il dato relativo a coloro che risparmiano per i figli non vede una significativa variazione tra il 2016 e il 2017: la preoccupazione per i figli comincia a essere rilevante a partire dai 45 anni e permane in età anziana. I giovani tendono a non accumulare per la vecchiaia, rinunciando alle potenzialità della capitalizzazione composta: il risparmio per l’età anziana, che ritrova spazio nel 2017 dopo la riduzione dell’anno passato, compare in generale a partire dai 35 anni di età e continua anche oltre i 65 anni; è più presente nelle donne (che risparmiano invece meno della media per la casa e per i figli).

 

Cresce il risparmio previdenziale, aumenta la conoscenza dell’impatto delle riforme. Sale, benché lentamente, l‘intenzione di risparmiare per la vecchiaia, passata dal 14,1 al 20,7 per cento; il 17 per cento degli intervistati occupati ha sottoscritto una forma di investimento previdenziale integrativo (+6 per cento). Ciò si associa a un miglioramento dal 6,7 al 19,1 per cento del saldo netto del campione che giudica sufficienti o non sufficienti le entrate di cui disporrà al momento di andare in pensione. Inoltre, le prestazioni pensionistiche future sono percepite piuttosto correttamente. Emerge, in ogni caso, una preferenza per una flessibilità verso il basso dell’età di pensionamento, anche a costo di compensarla con un minore assegno mensile di 108 euro.

La “sicurezza” del capitale è ancora la priorità degli investimenti. La mette al primo posto il 61,9 per cento degli intervistati. La più votata caratteristica al secondo posto, invece, è la liquidità (36,8 per cento). Seguono a distanza la cedola (rendimento di breve termine) e l’aumento del valore del capitale (rendimento di lungo termine). Questo profilo di rischio, decisamente piuttosto difensivo, è una cicatrice naturale della crisi del reddito. Nonostante questo, migliora l’attitudine ad aspettare, per vedere un rendimento. Passa dal 32,7 per cento al 37 per cento la quota degli intervistati disponibile ad attendere tre o più anni prima di tirare le somme su un investimento. Una parziale anomalia è che, soprattutto di questi tempi, la sicurezza andrebbe cercata nella diversificazione e non in strumenti “intrinsecamente sicuri”, difficili da individuare. Eppure, oltre la metà dei risparmiatori (52,1 per cento) dichiara di non avere alcuna diversificazione, con oltre i due terzi della propria ricchezza finanziaria impiegata nella stessa forma di investimento. Solo il 5,1 percento del campione dichiara un alto grado di diversificazione e non dedica ad alcuna forma di investimento più di un decimo dei propri risparmi.

 

In aumento dall’8 al 13 per cento le famiglie che optano per forme di risparmio gestito. La preferenza assoluta per la sicurezza degli investimenti produce tre effetti: (a) fa crescere la liquidità investita dalle famiglie negli strumenti di deposito, che nel sistema italiano sono aumentati di 40,6 miliardi nel 2016; (b) fa ridurre o non aumentare l’investimento nell’impiego obbligazionario, arrivato a rendimenti molto bassi o addirittura negativi per le scadenze inferiori ai cinque anni (il patrimonio medio investito in obbligazioni è sceso dal 27 al 25 per cento e si fanno meno operazioni in obbligazioni); (c) fa crescere, in terzo luogo, il risparmio gestito (il cui possesso passa dall’8 al 13 per cento del campione) per due ragioni, delle quali una più virtuosa (il risparmio gestito diversifica i rischi più di quanto si possa fare da soli, 55 per cento) e una meno virtuosa (del risparmio gestito non ci si deve più occupare, 46 per cento), perché sottende una difficoltà a scegliere gli investimenti. La raccolta netta di gestioni e fondi nei primi sei mesi del 2017 è stata di circa 57 miliardi; le masse in gestione hanno superato per la prima volta la cifra di 2 trilioni di euro; per l’esattezza il patrimonio in gestione a fine giugno è pari a 2.012.722 milioni di euro (Fonte: Mappa trimestrale del Risparmio Gestito – Assogestioni).

Aumenta l’investimento in Borsa in ottica di medio-lungo periodo. Sarà per le quotazioni a lungo sacrificate, sarà perché le famiglie hanno annusato aria di ripresa, ma anche la Borsa ha avuto un inizio di risveglio nei dodici mesi precedenti la diffusione del questionario. Un risveglio che ha comportato un salto di qualità, da confermare negli anni a venire. È terminato il disinteresse per i titoli azionari che aveva ridotto al minimo l’operatività degli intervistati e l’aveva concentrata tra coloro che si dichiaravano esperti e movimentavano con una certa frequenza il portafoglio. Nel 2017, gli investimenti in azioni sono tornati interessanti per il 5,5 per cento del campione (4,4 per cento nel 2016). La maggioranza degli investitori dichiara di investire in Borsa puntando all’apprezzamento di medio e lungo periodo dei titoli. Il ritorno alla Borsa riguarda una fascia minoritaria di investitori, prevalentemente ben istruiti e con redditi medio-alti.

Casa, proseguono gli acquisti: nel 2016 ne ha comprata una il 5 per cento degli intervistati. IIl 77,6 per cento delle famiglie intervistate vive in un’abitazione di proprietà. Il valore medio, per famiglia, del patrimonio immobiliare, auto-stimato al netto dei mutui in corso, approssima i 217 mila euro e corrisponde a una ricchezza immobiliare complessiva pari a circa 3 volte e mezzo il PIL, circa il doppio della ricchezza mobiliare. Se la ricchezza immobiliare media famigliare fosse convertita in rendita, a 65 anni si otterrebbe un tasso di sostituzione del reddito di circa il 49 per cento. Ma solo il 18,5 per cento del campione sarebbe disposto a vendere la casa per vivere meglio (attraverso un prestito ipotecario vitalizio), anche se il 35,5 per cento lo farebbe “in caso di estrema necessità”. Le ragioni sono semplici e comprensibili. Un immobile è percepito dai risparmiatori non solo come un investimento sicuro, ma anche come un investimento che fa risparmiare l’affitto e come un mezzo per trasferire un’eredità. Di qui le resistenze a liquidarlo. Dal gennaio 2016 circa il 5 per cento degli intervistati ha comprato un’abitazione. Tra i 45-54enni, il 6,3 per cento ha fatto un acquisto e l’1,2 per cento ha scelto un immobile da investimento. Trasformando le intenzioni di acquisto di case in valori assoluti, si trova   che potrebbero essere richieste al mercato circa 1,5 milioni di case: tanto da triplicare le transazioni di edilizia residenziale del 2016, che sono state poco più di 500 mila. La casa è ritornata, anche per gli interessi a zero, un possibile bene di investimento.

Consapevolezza, responsabilità delle scelte ed educazione finanziaria

Un extra-sondaggio di 540 italiani adulti maggiorenni sul grado di alfabetizzazione finanziaria, la sua formazione e le conseguenze. La buona solidità patrimoniale degli italiani non prova che essi abbiano sempre fatto le scelte più razionali. Potrebbe essere che il contesto istituzionale nel quale essi hanno operato sia stato il più delle volte favorevole piuttosto che sfavorevole. Come la lunga storia pluridecennale dei rendimenti reali positivi sui titoli di Stato dimostrerebbe. La crisi ha però trasformato l’ambiente economico nel quale le famiglie fanno le loro scelte e le stesse scelte del passato potrebbero non avere le stesse qualità intrinseche. Le case, preferite ma illiquide, come possono fronteggiare il rischio di longevità? Nell’epoca dei tassi a zero la ricerca dei rendimenti necessari per far fronte alle necessità del futuro richiede scelte complesse. Gli stessi intervistati dichiarano che è sempre più difficile comprendere il rischio delle proposte di investimento. Una maggiore alfabetizzazione finanziaria può far fare il salto di qualità.

I 2/3 degli intervistati ha consapevolezza dei tassi di interesse, il 50 per cento comprende correttamente cosa è l’inflazione. Abbiamo condotto delle misure di alfabetizzazione finanziaria standard, basate sulle risposte a una barriera di tre semplici domande (le “big three” di Lusardi e Mitchell) sulla comprensione dei tassi di interesse, dell’inflazione e della diversificazione del rischio. Solo il 22 per cento degli intervistati risponde correttamente a tutte le tre domande. Circa due terzi delle persone ha consapevolezza dei tassi di interesse;  metà  appena  degli  intervistati  comprende  correttamente  cosa sia l’inflazione e cosa sia la diversificazione del rischio, ma buona parte di coloro che comprendono la diversificazione sbaglierebbe sugli altri argomenti. Oltre ad essere bassa, l’alfabetizzazione finanziaria presenta ampie differenze regionali, differenze di genere e soprattutto differenze collegate alla condizione professionale.

 

L’acquisizione delle nozioni finanziarie: solo il 30 per cento ha ricevuto un’educazione finanziaria specifica dai propri genitori e appena il 5 per cento ha avuto a disposizione corsi di formazione finanziaria, ma l’1,5 per cento ne ha approfittato concretamente. La forma di educazione economica più diffusa è stato l’incoraggiamento a risparmiare ricevuto dalla famiglia (82 per cento) o l’insegnamento a programmare le spese (68 per cento). A queste si sono aggiunte l’educazione finanziaria informale che si è conseguita per aver svolto dei lavoretti retribuiti da ragazzi (tra il 42 e il 48 per cento) e la responsabilizzazione alle scelte finanziarie che si è assorbita per aver dovuto gestire la propria paghetta in autonomia, che ha riguardato meno di un risparmiatore su tre (29 per cento).

 

La terza parte dell’indagine speciale conferma che avere una buona conoscenza finanziaria migliora le scelte e, in prospettiva, la qualità della vita. Una buona conoscenza finanziaria è  infatti correlata positivamente con l’uso della tecnologia per accedere agli strumenti di pagamento e di investimento; è correlata agli investimenti in Borsa e a conoscere il significato delle operazioni al ribasso o delle operazioni a premio e dei contratti di opzione. Chi ha una buona conoscenza finanziaria, inoltre, ha costruito una base economica più solida utile alla sua vita di tutti i giorni: avrebbe maggiore facilità a trovare 5000 euro per una emergenza economica e non dovrebbe ricorrere, per esempio, alla vendita di beni. La conoscenza finanziaria, inoltre, è correlata positivamente con la possibilità di usare gli immobili come provvista di liquidità nella terza età (cosa che la media dei proprietari del campione escluderebbe nell’87 percento dei casi), sfruttando le operazioni finanziarie recentemente introdotte nel sistema, come il prestito vitalizio ipotecario.

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