Team generation: sharing lifestyle

L’unione fa la forza e insieme si “vince” di più e meglio che da soli: questo è quanto emerge dalla ricerca Doxa voluta da PlayStation. 

Il 61% dei giovani di età compresa tra i 14 e i 34 anni fanno parte (o hanno di recente fatto parte) di una squadra o di un team. Parliamo di oltre 8 milioni di ragazzi e ragazze, accomunati da una passione che diventa una “tessera” o un luogo fisico in cui ritrovarsi.

A guidare la graduatoria di questi momenti/occasioni di “unione” generazionale due elementi che raccontano bene anche l’approccio alla vita di questi ragazzi: primo lo sport (per il 71% dei giovani, che sale all’80% e oltre per i ragazzi under 24 e nel Nord-Est), seguito però dal sociale (25%, ma si arriva oltre il 35% fra le ragazze e fra i 25-34 enni) e da musica (7%) e cultura/visite culturali (7%).

Dall’esperienza personale alle passioni da spettatore, lo sport di squadra stravince su quello a forte componente individualistica: le attività agonistiche “dove ognuno contribuisce al successo, anche se poi alcuni si mettono in luce più degli altri”, raccolgono il 68% dei consensi. E in questo caso a credere di più negli sport plurigicocatore sono i giovani del Sud d’Italia e di più le donne under 35 rispetto agli uomini.

Mentre gli sport da one man show “dove una persona sfida gli altri e vince, o perde, con le sue forze” sono preferiti solo da 1 giovane (24%) su 4.

La graduatoria degli sport di squadra per eccellenza vede, oltre al calcio, primo assoluto con il 59% dei consensi (66% per i ragazzi e nel Sud Italia), salire sul podio anche la pallavolo (45%, ma addirittura 60% per le ragazze, soprattutto del Nord Est) e il basket (36%). A seguire, tutti tra il 16% e il 21%, il rugby, la pallanuoto e l’abbinata nuoto sincronizzato/vari tipi di staffetta del nuoto.

E se li mettiamo di fronte all’interrogativo principe della share economy (è meglio “possedere” o “condividere”?) la risposta è quasi un plebiscito: il 76% si dichiara favorevole alla cosiddetta share economy perché ritiene “che sia l’unico modo per permettersi di poter fare delle cose altrimenti proibitive per i costi”, a fronte di un 13% di ragazzi che continua a pensare che “sarebbe sempre meglio che uno usasse cose, beni e servizi di proprietà”.

Se guardiamo al mondo dei videogiochi, una delle passioni di questa generazione, vediamo che la vera novità è data dal cosiddetto fenomeno multiplayer: 1 giovane su 4 (25%, pari a circa 3,3 milioni di ragazzi, con punte del 33% tra i ragazzi del centro Italia) ama sfidare amici che vivono in ogni parte del mondo attraverso videogame multi giocatore, e un’altra bella fetta (19%, altri 2 milioni circa) si dice molto interessata a farlo al più presto.

Mentre il 41% del campione (in particolare uomini, under 24, del Centro Sud Italia) guarda in maniera decisamente positiva ad un futuro in cui i videogiochi potrebbero diventare sempre più “socializzanti” e condivisi, mentre la dimensione del gioco individualistica e in solitaria è preferita dal 16% del campione.

L’unico aspetto sul quale la team generation rimane di stampo tradizionale e individualistico è lo studio, visto che il 61% pensa che è meglio studiare da soli “altrimenti si perde tempo e s’impara poco”, mentre quando si va in vacanza cambia tutto: il 47% la concepisce come un momento “da condividere con molte altre persone o nella quale possa conoscere nuovi amici”.

Ma è sul mondo del lavoro che troviamo la più chiara applicazione di questo spirito che trova nell’unione una “forza” nuova, da utilizzare per superare il muro delle scarse opportunità offerte dalla nostra società: il 48% (come dire 1 giovane su 2, che diventa il 54% nel Nord d’Italia) crede che le start up di attività imprenditoriale maturate insieme con qualche amico siano “un percorso quasi obbligato, visto che da soli è molto più difficile e rispetto al passato ci sono meno occasioni per trovare o crearsi un’occupazione”.

Perde terreno, dunque, il mito del self made man: quello che da solo, con la determinazione e l’impegno, supera tutti gli ostacoli e riesce a scalare le vette del successo professionale: solo 1 giovane su 3 (32%) ritiene infatti che “è meglio provare a farcela da soli e con le proprie forze”.

Una verifica di questo diverso approccio arriva anche dal 63% dei giovani che lavorano che dichiara: “amo lavorare in team, perché è l’unico modo per crescere”. Contro un risicatissimo 4% che vede nel lavoro di gruppo un freno che non mi “permette di esprimere al meglio le mie potenzialità”.

E anche la definizione di lavoro in team non lascia margine d’incertezza: per il 77% dei giovani lavoratori è dato da “un gruppo di persone che grazie alla capacità di un leader costruiscano insieme un percorso e raggiungano un risultato che va oltre le capacità e le caratteristiche del leader stesso”.

 

 

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