Il 64% degli italiani dichiara di avere un reddito sufficiente o più che sufficiente per il suo tenore di vita. Con un balzo del 3% sui valori 2017. È quanto emerge dall’indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2018 realizzata da Doxa per conto del Centro Einaudi e di Intesa Sanpaolo. Focus sul mondo assicurativo.

E ripresa fu! A certificarlo è l’indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2018 realizzata da Doxa per conto del Centro Einaudi e di Intesa Sanpaolo dal titolo «Il risparmio e le assicurazioni: investimento e protezione del futuro». Il 64% circa degli italiani dichiara di avere un reddito sufficiente o più che sufficiente per il suo tenore di vita. Il dato 2017 era del 61%. E fotografava una ripresa lenta e incompleta dei bilanci di famiglia. Il quadro 2018 è più rassicurante: i segni della ripresa sono più diffusi tra le categorie del campione e interessano tutti i sottogruppi. Ben il 92% degli intervistati dichiara di provvedere autonomamente, senza ricorrere ad aiuti di terzi, al bilancio della famiglia; si dimezza dal 40 al 20% la quota di capifamiglia, non indipendenti finanziariamente, che afferma che il suo stato è causato dalla crisi. Il saldo tra giudizi di sufficienza e insufficienza del reddito si porta a +55,6%, in progresso di circa 5 punti rispetto al 2017 (+51%) e risulta quasi doppio rispetto al minimo toccato nel momento peggiore della crisi (+30%).

CRESCONO I RISPARMIATORI — L’area del non-risparmio, ossia delle famiglie che non hanno messo da parte alcunché nei dodici mesi precedenti l’Indagine, si contrae dal massimo storico del 61,3% degli intervistati nel 2012 al 52,7% nel 2018. Specularmente, la percentuale di famiglie risparmiatrici si porta oltre il 47%, dal 43,4% del 2017. La propensione al risparmio (calcolata chiedendo agli intervistati quale percentuale del reddito abbiano risparmiato) risale lievemente al 12% del reddito, il valore più alto dal 2001.

VECCHIAIA & TENORE DI VITA  — Dopo aver temuto per alcuni anni di non riuscire a sostenere il tenore di vita durante la vecchiaia, gli intervistati tornano a ritenere di potercela fare. Il saldo tra ottimisti e pessimisti sulla possibilità di sostenere il tenore di vita nella vecchiaia sale a +31,2%, in netto aumento sia sull’anno precedente (+19,1%), sia sul minimo toccato nel 2016 (+6,7%): il valore del 2018 è il migliore della serie storica a partire dal 2007. Solo il 21,7 per cento delle persone con meno di 35 anni dichiara però di aver sottoscritto il 2° o il 3° pilastro pensionistico e avrà dunque una forma di integrazione della pensione obbligatoria. Tendono a prevalere negli italiani una certa passività nei confronti dei rischi collegati all’invecchiamento e la preferenza al “far da sé”: si provvede infatti da soli ad accantonare e investire il necessario per auto-assicurare i rischi legati alla vecchiaia.

I MOTIVI DEL RISPARMIO — La principale ragione di risparmio è quella genericamente precauzionale, che interessa il 43% circa dei risparmiatori «intenzionali»: appare particolarmente diffusa tra le donne, i più giovani e i più anziani. Come dire: mi metto al riparo per affrontare al meglio eventuali imprevisti. Seguono il futuro dei figli (21,1%), la vecchiaia (19,7 per cento) e la casa (14 per cento). Prima della crisi, la casa occupava la seconda posizione (26%), dopo l’incertezza (42%) e prima della vecchiaia (21%).

NO AI RISCHI — Per 9 risparmiatori su 10, l’avversione al rischio è assoluta e la sicurezza degli investimenti viene sempre al primo posto. Quando il risparmiatore si trasforma in investitore, mette al primo posto l’obiettivo di non perdere neppure un centesimo di quanto ha risparmiato. La sicurezza rimane, di gran lunga, il principale obiettivo, ed è citata al primo posto come obiettivo da circa 3 intervistati su cinque. Seguono il rendimento di breve periodo (13,6%), la liquidità (11,7%) e, per ultimo, il rendimento nel lungo periodo (6,7%).

LARGO AL RISPARMIO GESTITO — Il risparmio gestito sorpassa le obbligazioni. La luna di miele dei risparmiatori con le obbligazioni è terminata: le detiene in portafoglio il 19% degli intervistati (29% nel 2007) e, per i possessori, esse rappresentano ormai solo il 24% dell’attivo (36% nel 2015). Dalle obbligazioni gli investitori intervistati sono usciti in due direzioni: la liquidità (favorita dal tasso di inflazione inferiore all’1%) e il risparmio gestito. Nell’edizione del 2018, il 21,4% del campione ha dichiarato il possesso di almeno una forma di risparmio gestito (negli ultimi 5 anni): i sottoscrittori di fondi comuni sono risultati il 10,9% (7,2% nel 2015), quelli di ETF il 7,3% (2,3% nel 2015), quelli di polizze unit linked il 2,8% (2% nel 2015).

FOCUS SULLE ASSICURAZIONI — Sui rischi la sottostima è pressoché generalizzata. Gli intervistati appaiono in grado di stimare correttamente solo i rischi da furti e rapine in casa. Risultano invece sottostimati tutti gli altri rischi: da quello degli incidenti automobilistici gravi a quello degli infortuni, all’invalidità nella terza e quarta età. Appare evidente dai risultati della survey targata Doxa anche una limitata capacità di formulare probabilità corrette associate a un semplice esperimento basato sul lancio di un dado. Più di un terzo del campione tende inoltre a sopravalutare sistematicamente la fortuna alle lotterie.

POCHE ASSICURAZIONI FRONTE SALUTE — Il 15,5% del campione si è rivolto ai servizi sanitari privati nei dodici mesi precedenti l’intervista, ma solo il 2,8% l’ha fatto grazie a un’assicurazione o a una copertura mutualistica, mentre ben il 12,7% ha pagato di tasca propria (out of pocket). Inoltre, l’8,6% ha rinunciato a curarsi nei mesi precedenti l’indagine. Il 46% di questi ultimi ha addotto una motivazione economica alla rinuncia. Secondo l’indagine, la diffusione delle polizze sanitarie riguarda il 9,7% degli intervistati. Tenendo presente l’intenzione a sottoscrivere in futuro una polizza, appare latente una domanda potenziale pari a 1 nuova polizza ogni due sottoscritte. La sottoscrizione di queste polizze è direttamente correlata al livello del reddito.

IL SALASSO DELLE VISITE PRIVATE — La spesa out of pocket delle famiglie italiane per le visite mediche private sfiora i 15 miliardi l’anno.  Con un’aspettativa media di vita alla nascita di 82,8 anni, l’Italia è il quarto paese dell’OCSE per longevità. L’aspettativa degli anni di vita in buona salute è tuttavia pari a 58,5 anni. Queste dinamiche hanno determinato l’allungamento del numero di anni nei quali crescono sia la domanda di cure intensive, sia la probabilità di contrarre patologie croniche e/o invalidanti. Entro il 2050 2,2 milioni di persone potrebbero essere nella necessità di sostenere i costi per la non-autosufficienza, che già attualmente comportano una spesa di 9 miliardi annui per l’assunzione di badanti e di 5 miliardi per il pagamento di rette di degenza in strutture di ricovero. Considerando il nostro campione, il 37% degli intervistati con più di 65 anni ha dichiarato di possedere una disabilità, almeno di livello lieve. La diffusione delle coperture per l’inabilità nella vecchiaia (Long Term Care – LTC) riguarda tuttavia meno del 10% del campione. Il 42% delle coperture dichiarate dipende da una assicurazione collettiva, il 58% da una assicurazione individuale. L’8,5% sarebbe propenso ad investire in una polizza LTC, ma solo pochi dichiarano di aver pianificato concretamente la spesa (2,8%). La propensione complessiva alla sottoscrizione di polizze LTC è, come il possesso, crescente con il reddito: chi guadagna meno di 1.600 euro, nel 68% dei casi semplicemente non ha disponibilità di denaro per assicurarsi, dato che si riduce al 39% sopra i 2.500 euro di reddito netto mensile.

MENO DEL 10% HA UNA ASSICURAZIONE VITA — La sottoscrizione di una polizza che paga un capitale in caso di morte è stata dichiarata dal 9% degli intervistati: questa percentuale dipende dal reddito, poiché alle classi inferiori di reddito corrisponde solo il 5% di assicurati, contro il 15% delle classi superiori. Le polizze vita che hanno un contenuto pensionistico-previdenziale sono invece più diffuse. Ne possiede una il 17% del campione complessivo: il 28% degli imprenditori, il 24% dei dirigenti, il 17% degli impiegati, il 19% degli operai, il 19% dei laureati e il 18% delle persone che hanno conseguito il titolo di scuola media inferiore. La propensione a sottoscrivere una polizza del terzo pilastro da parte di chi ancora ne è sprovvisto è del 17%. Anche in questo caso, però, solo il 3% (sul citato 17%) dichiara di averlo già in programma, mentre la parte preponderante (il restante 14%) è composta da intenti dichiarati che però non passeranno necessariamente all’investimento concreto.

LARGO ALLA BUSINESS INSURANCE — Aumentano i rischi del “fare impresa”: da quelli informatici, a quelli di compliance, a quelli di responsabilità civile, a quelli legati alla internazionalizzazione delle aziende. Un intervistato su cinque (331 su 1.544) ha un’attività di impresa o professionale, ma solo il 20% ha un’assicurazione sui beni strumentali del suo lavoro e solo il 14% ha una polizza di RC. Il meno assicurato in assoluto è il rischio informatico (3%). Tra le polizze che gli imprenditori pensano di sottoscrivere in futuro, la più appetibile (29%) è quella che rimpiazza il reddito in caso di inattività forzata.

GLI OSTACOLI ALLA SOTTOSCRIZIONE — L’Indagine conferma l’ipotesi che gli italiani siano sotto-assicurati. Ad esempio, solo il 20% dei proprietari ha un’assicurazione sulla casa. Solo il 7,5% ha un’assicurazione per la responsabilità civile, ma ben il 56% si dichiara “preoccupato” se dovesse risarcire un danno da 1000 euro; solo il 14% ha sottoscritto un fondo pensione aperto o chiuso, ma il 52% dichiara di essere preoccupato per il mantenimento del tenore di vita quando sarà in pensione. In definitiva, pur con 1,4 polizze assicurative pro-capite (sono escluse quelle obbligatorie sugli autoveicoli), gli italiani hanno in portafoglio più rischi futuri che coperture. Le cause della sottoassicurazione sono potenzialmente diverse e numerose: alcuni (approssimativamente il 5-10%) si autoassicurano, ossia hanno patrimoni che possono assorbire i danni economici della realizzazione concreta dei rischi cui sono esposti. Per il resto del campione il discorso è differente. Le maggiori cause sono due: 1) la sottovalutazione e sottostima dei rischi, anche dovuta a una ridotta competenza ed esperienza media in economia e finanza (ritorna il tema dell’Indagine 2017 sul gap italiano di financial literacy); 2) il potere di spesa di parte degli intervistati: sotto la soglia dei 2.500 euro di entrate trovano allocazione ben poche assicurazioni, a parte quelle obbligatorie.

SERENITA’ & PAURA — Il calcolo di un «indice di fragilità» rivela le differenze di esposizione ai rischi dei sottogruppi del campione. Il rischio più elevato e rilevante (citato dal 73% degli intervistati) consiste nel dover affrontare una malattia (in famiglia) cronica e invalidante. Al secondo posto una malattia cronica non invalidante (64%); al terzo la necessità di affrontare cure dentistiche (60%). Una malattia acuta da affrontare preoccupa il 57% del campione, valore che scende al 43% dei più giovani e al 42% se si guadagna un reddito superiore a 2.500 euro. Risarcire improvvisamente 1.000 euro impensierisce il 56% degli italiani, ma solo il 34% di quelli che incassano più di 2.500 euro al mese. Seguono, in ordine decrescente di valore del rischio, la necessità di affrontare un lungo periodo di inattività e di calo del reddito; la cura di sé o del proprio partner della vita nella terza e quarta età; la possibilità di mantenere il tenore di vita durante la pensione; la cura degli anziani (genitori, zii, nonni); la preoccupazione per un infortunio nel tempo libero. Un «indice di fragilità» (calcolato come media della frequenza di paura per tutti i rischi indagati e per ciascuna categoria) è stato costruito per sottolineare il bisogno di coperture. L’indice medio del campione è 61. Il valore minimo (0) è quello dei dirigenti, mentre in cima alla classifica della paura (e quindi del bisogno di sicurezza) si trovano le persone con istruzione minima (70), con reddito più basso (73), le donne casalinghe (75), i disoccupati (90), le persone prive di un’indipendenza economica (87), gli operai (100, massimo dell’indice di fragilità), le coppie con figli minori (77), chi vive nel Sud Italia (70). Al contrario, ai minimi della scala di fragilità si trovano i dirigenti (0, minimo assoluto), i laureati (34), chi guadagna più di 2.500 euro (34), chi abita nel Nord-est (44), chi ha tra 18 anni e 24 anni (37, perché probabilmente sottovaluta i rischi più lontani) e infine i single (41).

Vuoi ricevere le nostre ricerche via mail? Iscriviti subito

Articoli correlati